Movimenti:
- Allegro
- Largo (la bemolle maggiore)
- Rondò alla Polacca
Organico: pianoforte, violino, violoncello, flauto, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani ed archi
Composizione: 1803 – 1804
Prima esecuzione: Vienna, Großer Redoutensaal del Burgtheater, 4 Maggio 1808
Edizione: Bureau des Arts et d’Industrie, Vienna 1807
Dedica: Principe Lobkowitz (👉🏻https://it.wikipedia.org/wiki/Joseph_Franz_Maximilian_von_Lobkowicz)
Il Grande Concerto in do maggiore per pianoforte, violino e violoncello, più noto agli appassionati musicofili come Triplo Concerto, viene scritto nel 1803-1804, ma viene pubblicato solamente tre anni dopo, nel 1807, come op.56.
Il 1803 rappresenta un anno proficuo per Beethoven: dopo l’intenso lavoro all’opera Leonora, si dedica alla revisione della Sinfonia Eroica, completa il Triplo Concerto e compone le Sonate per pianoforte op. 53 e op. 54, oltre ad abbozzare in larghe parti dell’op. 57, l’Appassionata.
Alcuni commentatori avanzano l’ipotesi, che originariamente l’opera sia stata concepita per il solo violoncello, vista la preponderanza virtuosistica che questo strumento ha nei confronti degli altri due solisti con l’archetto. Va comunque osservato che la prima esecuzione assoluta dell’opera, avvenuta a Vienna nell’estate del 1808, vide al violoncello il famoso virtuoso Anton Kraft, al violino il modesto Carl August Seidler e al pianoforte l’arciduca Rodolfo, poco più che un dilettante. Il violoncellista era l’unico quindi che potesse reggere il peso di una scrittura tecnicamente impegnativa. Anche se presenta qualche timida analogia col contemporaneo Quarto Concerto per pianoforte e orchestra, il Triplo Concerto è una partitura assai povera di elaborazione tematica, incline all’effettismo di questo o quel solista e all’enfasi; quindi una pagina d’occasione, nella quale il genio beethoveniano strizza l’occhio al genere brillante e salottiero.
L’esposizione orchestrale del primo movimento, Allegro, si apre con un tema annunciato in pianissimo da violoncelli e bassi e poi ripreso da tutta l’orchestra in un graduale crescendo. Una serie di impetuose scale ascendenti (bassi e violoncelli) conducono alla tonalità della dominante, nella quale prima gli archi e subito dopo i legni presentano il secondo tema. Una breve coda, basata sulla testa del secondo tema, conclude l’esposizione dell’orchestra. È ora la volta dei solisti, che in regolare successione espongono il primo tema: prima il violoncello nel suo registro acuto, seguito dal violino e dal pianoforte in ottava. Un nuovo tema, solenne e un poco retorico, esposto da tutta l’orchestra in fortissimo, precede un’ulteriore ripresa del primo tema, affidato al violoncello e subito elaborato e variato dai tre solisti in un episodio sereno e spensierato. Il secondo tema, esposto in la maggiore, viene ancora una volta affidato al violoncello e viene seguito da un nuovo episodio di sviluppo motivico condotto principalmente dai tre solisti. Ancora il terzo tema, ora in fa maggiore, a tutta orchestra in fortissimo, precede l’ultima apparizione del primo tema, ancora nella successione violoncello-violino-pianoforte.
Lo sviluppo è piuttosto convenzionale e non evidenzia quelle tensioni drammatiche tipiche di Beethoven. È formato essenzialmente da due episodi: il primo basato quasi esclusivamente sulla testa del primo tema e condotto su energici arpeggi ascendenti e discendenti dei tre strumenti solisti, il secondo costituito da un nuovo motivo cantabile, esposto dal violoncello e subito raddoppiato dal violino. La ripresa è regolare e prevede il ritorno di tutti i temi uditi nell’esposizione, più il nuovo motivo cantabile apparso per la prima volta nello sviluppo; un’enfatica coda conclude poi il movimento.
Il secondo movimento, Largo, è una pagina delicata, molto lirica, nella quale le straordinarie capacità cantabili del violoncello emergono in tutta la loro potenza. Poche battute orchestrali (Tutti), poi la parola passa al violoncello solista, che espone il tema principale utilizzando il suo registro acuto; una breve transizione condotta dai corni e dal pianoforte conduce alla ripresa del tema principale. La melodia è ora affidata a violoncello e violino solisti, mentre pianoforte e corno sostengono armonicamente. Il sereno discorso musicale precedente si spezza poi bruscamente: tonalità minore, sospensione armonica, lunghi pedali preparano l’arrivo dell’ultimo movimento, Rondò alla Polacca, pagina leggera e spensierata, una delle poche concessioni beethoveniane alla moda dell’epoca. La sua struttura è quella tipica del rondò, con un refrain (tema principale) che si alterna a diversi couplet (episodi).
Il tema principale, esposto dal violoncello e subito ripreso dal violino, è un motivo semplice e accattivante, che subito circola in orchestra con facilità e scorrevolezza, spesso variato e abbellito. Il primo couplet, basato su scorrevoli scalette ascendenti, è affidato ai tre solisti e si presenta come ideale continuazione del tema principale; il secondo couplet, invece, ha il tipico piglio ritmico della Polacca e ha in comune col terzo couplet la tonalità minore. Un veloce e frenetico Allegro, sorta di «moto perpetuo» condotto dai tre solisti sulle delicate punteggiature degli archi, precede il finale, nel quale riappare per l’ultima volta il tema principale.
Il Triplo, insomma, è una tipica composizione di circostanza, scritta “su misura” per le necessità della committenza; caratteristica che si riflette, secondo la prassi dell’epoca, in un contenuto concettualmente disimpegnato e nelle modeste ambizioni della scrittura solistica. E infatti la parte pianistica, piuttosto semplice ma brillante, tende a non mettere in ombra le più limitate capacità dell’esecutore rispetto agli altri due solisti, impegnati – specie il violoncello – in un registro piuttosto acuto. Proprio il carattere intrattenitivo del brano, ascrivibile a un’estetica ancora settecentesca, ha lasciato delusi i cultori del Beethoven titanico e introverso, restii ad apprezzare, del compositore, anche l’aspetto più squisitamente artigianale. D’altra parte il Triplo, come si è detto, è opera passatista anche sotto un altro profilo: la destinazione polistrumentale, legata alla antica prassi del Concerto grosso e poi della Sinfonia concertante, e già in marcato declino all’inizio del nuovo secolo, per la prepotente affermazione del Concerto con solista unico, improntato a una forte contrapposizione individuale fra solista e orchestra.
👉🏻 Buon ascolto e Buona Visione della musica 🎶 beethoveniana 🎶 https://youtu.be/jkD6XuJaj_E (Isabelle Faust (Violino), Sol Gabetta (Violoncello), Kristian Bezuidenhout (Pianoforte), Giovanni Antonini (Direttore) & Kammerorchester Basel
