San Valentino con la musica di Ludwig van Beethoven

Concerto n. 5 per pianoforte ed orchestra

in mi bemolle maggiore Op.73 

“Imperatore”

Movimenti:

  1. Allegro

2. Adagio un poco mosso (si maggiore) 

3. Rondò. Allegro 

Organico: pianoforte, 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani ed archi

Composizione: 1809

Prima esecuzione: Lipsia, Gewandhaus, 28 Novembre 1811

Edizione: Clementi, Londra 1810 

Dedica: Arciduca Rodolfo d’Austria

Beethoven: “L’amore vuole tutto ed ha ragione”

L’ultimo Concerto di Beethoven per pianoforte e orchestra, in mi bemolle maggiore op.73, nacque piuttosto speditamente durante l’anno 1809 e fu stampato ai primi del 1811 con dedica all’Arciduca Rodolfo d’Asburgo (il patrizio musicista, che del suo maestro Beethoven poteva già vantare la dedica del Quarto Concerto per pianoforte); probabilmente fu presentato la prima volta il 28 novembre 1811 a Lipsia nella settima serata della stagione al Gewandhaus, pianista Friedrich Schneider, direttore J. Ph. Christian Schulz; nello stesso 1811, e poi ancora negli anni successivi, il Concerto fu eseguito al pianoforte principalmente da Carl Czerny, e poi da solisti oggi meno noti, sempre suscitando una forte impressione per la maestosa grandiosità e l’originalità della sua forma (ancora nel 1822 la “Zeitung für Theater und Musik” parlava di un “meraviglioso quadro sonoro… originale, frappant, anche se spesso percorso da tratti bizzarri e barocchi che solo la profonda, eccentrica personalità del geniale Beethoven poteva produrre”). Il titolo di Imperatore, che ormai accompagna stabilmente l’op.73 non è invece originale e sembra sia stato lanciato in circolazione dal pianista, editore e compositore Johann Baptist Cramer: naturalmente è un epiteto decisamente appropriato, ma non può essere messo in relazione con la contemporanea occupazione di Vienna da parte dei francesi di Napoleone Imperatore, oppure, più generalmente, per alcune analogie con la Sinfonia Eroica, vi rimando alla mia guida all’ascolto pubblicata a metà dicembre 2021, e la propensione alla costruzione grandiosa e solenne.

Tuttavia va subito notato che la grandiosità dell’opera non ha più l’assolutezza e la scabra definizione di gesti della Sinfonia concepita sette anni prima durante l’infatuazione morale per Bonaparte; in qualche modo il Quinto Concerto si presenta come un riassunto del “Concerto pianistico beethoveniano”, un riassunto che ne contempla la vicenda da un punto di vista superiore, dove i soggetti e i drammi, per quanto veementi, emergono come frammenti, ricordi, e subito vengono relativizzati da commenti e diversioni di esperienze diverse. Si veda il tema principale del primo movimento: quando è assunto dalla grande orchestra è di imponente muscolatura, ma il pianoforte lo espone ogni volta addolcendone i contorni, ripensandolo da una sfera più intima e appartata. Anche considerando la sola scrittura pianistica: abbondano i passi articolati a mani uguali, ruvidi, quasi ripetitivamente meccanici (quanto saranno piaciuti all’eccellente esecutore – compositore Czerny!), ma eccoli subito rivoltati in passaggi di meravigliosa lievità, spesso ricercando nel registro acuto quasi la magica sonorità di un glockenspiel; a volte Beethoven fa suonare al pianista molte note, ma non per aumentare il volume, bensì per screziarne il “pianissimo” di inediti bagliori; altre volte l’orchestra si aderge in militaresche sequenze di accordi, alla marcia, ma ecco il pianoforte che ne riprende il quadro armonico sciogliendolo in un vago arpeggiare; ora il “tutti” orchestrale si mobilita in un “fortissimo”, ma tosto il pianoforte ne squarcia il velo con liriche frasi cantabili appena sostenute da un gracile accompagnamento di terzine; e senza dubbio la risaputa dinamica del conflitto avrà ancora nel primo movimento punte di acuminata evidenza (proprio al centro dello sviluppo: quasi una colluttazione fra “solo” e “tutti”), ma solo per cedere il passo a poetici indugi in cadenze di parnassiana dolcezza, con il pianoforte-glockenspiel sospeso sulla dorata sonorità dei corni; si direbbe che nel Quinto Concerto Beethoven disegni grandi prospettive e sollevi grandi masse sonore solo per intimizzarle e familiarizzarle. È poi probabile che l’aggettivo “barocco” circolante nelle prime recensioni si riferisse alla vistosa novità formale della cadenza, tolta alla sua casella tradizionale alla fine del primo movimento (“non si fa nessuna cadenza, ma s’attacca subito il seguente”, scrive in italiano Beethoven) e disseminata qua e là nel corso della composizione, a cominciare dal trionfale esordio introduttivo.

Il secondo movimento (Adagio un poco mosso) riporta in gioco l’aureo modello della “Romanza” mozartiana, messo da parte nel Concerto precedente a favore del vivo dramma inscenato da orchestra e solista su fronti avversi; ma quella Romanza ha la compostezza di un Corale, come un inno sommesso e affettuoso, in cui ancora una volta le cose sono considerate dall’alto, e a questa esperienza pacificata contribuisce anche il colore allontanante degli archi “con sordina”; della tradizionale Romanza è poi superata la rigida stroficità, basta sentire l’entrata del pianoforte con quelle note acute dolcemente squillanti, matrice di tanta posteriore letteratura “notturnistica”, che discendono con il cauto procedere di una improvvisazione; oppure fare attenzione alle catene di trilli (anticipando le ultime Sonate), o ancora alla conclusione quando le quartine del pianoforte, regolari come un palpito, si riassorbono nel tema cantabile intonato dall’orchestra. Nel Finale il ritmo ha ruolo primario e la sua cellula di base, prima del via libera nell’Allegro, viene come esaminata e saggiata in due battute di collegamento rallentato con il movimento precedente; la giocosità beethoveniana si sbriglia poi nel vortice del Rondò, dove ogni episodio, pur aggiungendo qualcosa di caratteristico, si salda in quello slancio unitario e positivo che è il messaggio di fondo di tutta l’arte beethoveniana. Alcune riprese variate del tema del Rondò sono lavorate con sopraffina cura timbrica, sconfinando in quelle regioni eteree, che tanto incantavano l’orecchio di Beethoven negli ultimi momenti delle sue possibilità uditive!!! Celebre è poi rimasta l’ultima pagina, con l’inedito abbinamento di timpano solo e pianoforte in un calando armonico pieno di screziature, un diminuendo accorto e un poco malizioso, prima che il solista si spazientisca e tagli corto con la pirotecnica ed avvolgente conclusione. 

Indicativo in questo senso è l’uso originale e sorprendente che Beethoven fa qui della pratica della cadenza solistica. Nella tradizione formale del Concerto toccava al momento della cadenza di porre in giusta luce il virtuosismo tecnico del solista, e spesso anche le sue autonome capacità creative, quando egli stesso si scriveva da solo o improvvisava la pagina di bravura. Per tutto ciò la cadenza solistica era collocata in punti chiave dello svolgimento sinfonico, per esempio verso la fine dei singoli movimenti o nelle transizioni da un movimento all’altro, con effetto di sollecitazione e di attesa sull’ascolto. Invece, qui Beethoven elimina le cadenze di transizione (addirittura nel passaggio dalla ripresa alla coda indica esplicitamente: «Qui non si fa Cadenza») e anche le cadenze tra i movimenti.

Ecco dunque l’ultimo Concerto di Beethoven distendersi in strutture non problematiche ma di gigantesco respiro, dove alla concentrazione estremizzata si sostituisce ancora una volta (il precedente più vistoso è la Pastorale) la solenne dilatazione, dove il materiale tematico è «bello» piuttosto che incisivo, gli sviluppi di esso ampi piuttosto che serrati, melodia e ritmo compiacendosi di se stessi anziché porsi al servizio di un disegno globale stringato ed economizzato al massimo. 

Auguri alla mia Amata Immortale 💌❤️ “….mio tutto mio alter ego….”

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