«Von Herzen – möge es wieder – zu Herzen gehen!»

(«Dal cuore – possa di nuovo – andare al cuore»)

Nel Venerdì di Pasqua desidero introdurVi al capolavoro beethoveniano la

Missa Solemnis in re maggiore op.123

Papa Paolo VI, in occasione dell’esecuzione della stessa sabato 23 maggio 1970 per il festeggiamento del 50° anniversario della Sua ordinazione sacerdotale e in concomitanza con il bicentenario della nascita del Nostro, così si espresse:

“Siamo poi lieti che questa singolare iniziativa abbia offerto un’ottima occasione per celebrare la memoria del secondo centenario della nascita di Ludwig van Beethoven, in questa Basilica, degna per la sua maestosa grandezza, per la sua artistica potenza, per il suo portentoso significato storico, e per il suo luminoso e misterioso carattere sacro d’accogliere la effusione, forse non mai come in questa sede così divampante e così intima, della sovrumana potenza del grande musicista…..Noi abbiamo così goduto, sotto questa cupola, di un incontro di giganti del genio umano, Michelangelo e Beethoven, entrambi esaltati dall’opera loro in un medesimo slancio di incomparabile offerta del loro talento all’umanità aperta agli sconfinati orizzonti del mondo religioso. A chiusura di questa sacra ed artistica manifestazione sia la parola allo stesso Ludwig van Beethoven: «il mio principale scopo, lavorando alla Messa, era quello di far nascere il sentimento religioso tanto nei cantori, quanto negli ascoltatori, e di rendere duraturo tale sentimento». E ancora: questa opera, «uscita dal cuore possa arrivare al cuore»”

Epoca di composizione:     1819-1823 con molteplici abbozzi e schizzi antecedenti

Prima esecuzione:             San Pietroburgo 7 aprile 1824

Pubblicazione a stampa:   1827 presso l’editore Schott di Magonza

Movimenti:                         Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Benedictus, Agnus Dei

Fu concepita nel cuore dell’Autore e composta per celebrare la nomina, avvenuta il 9 marzo1820, di Rodolfo d’Asburgo-Lorena ad Arcivescovo di Olmütz, che era stata annunciata ufficialmente nell’estate del 1818.

Beethoven lavorò alla composizione della Missa Solemnis per quattro anni, a partire dalla primavera 1819, come attestano anche gli schizzi, gli appunti dei Quaderni di conversazione e la corrispondenza. Soprattutto è del 1819 anche il testo dell’Ordinario della Messa a cui Beethoven si indirizzò per poter mettere in musica i testi sacri: esso contiene il testo latino, con i segni delle accentuazioni delle parole, la parallela traduzione in tedesco e una serie di appunti sul significato di alcune parole (per esempio le sottili differenze tra “terra” e “mundus”, o “natum” e “genitum”).

Era infatti innanzitutto il senso della parola del testo che doveva essere ispiratore, motore e timone della forma musicale. 

All’epoca dell’elevazione alla dignità di Arcivescovo la Missa era completa solo delle parti del Kyrie del Gloria e del Credo e per questo non potè essere eseguita.

E’ da considerare anche un ulteriore aspetto ossia quello della dimensione e lunghezza di esecuzione, la sola esecuzione delle parti prevede circa la durata di 70-75 minuti e pertanto diventava quasi impossibile inserirla in un contesto di celebrazione eucaristica.

La Messa è strumentata per un organico di notevoli dimensioni, con un’orchestra comprendente flauti, oboi, clarinetti, fagotto, controfagotto, corni, trombe, tromboni, timpani, organo ed archi in proporzione, quattro cantanti solisti e coro.

Questo conferma che in Beethoven l’omaggio al Divino trascende ogni confessione (cristiana o protestante quasi con un atteggiamento del tutto aconfessionale), ponendosi ad emblema di una voce di un purezza che crede nella potenza e nella bontà di un essere supremo, la cui essenza è patrimonio comune a tutti i popoli e non costringibile ad una forma di liturgia sacra o musicale come sarà poi anche la Sinfonia n.9 con quel tranciante ed unico corpus compositivo.

Particolare è anche la concezione e l’atteggiamento che Beethoven ha nei confronti della Chiesa; nel musicare il testo del Credo, il Nostro si è concentrato e soffermato pochissimo sulle parole Credo in unam sanctam catholicam et apostolicam ecclesiam. Il direttore e musicologo austriaco Nikolaus Harnoncourt ha evidenziato come tale interpretazione sia frutto di un  «Beethoven che conosceva assai bene il significato dei testi e sapeva anche che in questo caso “catholicam” non significasse la chiesa di Roma, ma la chiesa “universale”, come del resto è anche il caso della Messa in si minore di Bach. Beethoven inoltre ha scritto nella partitura del Credo: “Dio sopra tutto – Dio non mi ha mai abbandonato”. Nessun ateo parlerebbe in questa maniera. Questo a voler distinguere a ogni costo se Beethoven era o non era fedele alla chiesa, mi sembra veramente privo di senso».

GUIDA ALL’ASCOLTO

Kyrie, in re maggiore (Assai sostenuto. Mit Andacht) 

Gloria, in re maggiore (Allegro vivace)


Credo, in si bemolle maggiore (Allegro, ma non troppo) 

Sanctus, in re maggiore (Adagio. Mit Andacht) 

Benedictus, in sol maggiore (Andante molto cantabile) 

Agnus Dei, in si minore – re maggiore (Adagio) 

Kyrie e Sanctus sono relativamente i più facili da comprendere e di effetto più immediato, in quest’ultimo specialmente la celeste devozione espressa del Benedictus. Invece il Gloria e il Credo sono creazioni musicali difficili (all’esecuzione e all’ascolto), per la grande quantità d’immagini rese attraverso idee ora brevi ed incisive ora straordinariamente sottili, e ancora con procedimenti di sviluppo d’entusiasmante complessità. 

Una calma e serena grandezza è nel movimento piano e regolare del Kyrie con l’illustrazione del significato teologico delle relazioni tonali nelle tre successive invocazioni, simboleggianti appunto nei suoni il mistero della Trinità (Kyrie-Christe-Kyrie). Prevalentemente corali le due estreme mentre solistica quella centrale.

Il Gloria è essenzialmente un variare dell’illustrazione diligente del testo con la ricchezza dei colori, la forza delle linee, l’efficacia dei contrasti: un grido di giubilo apre il pezzo e lo percorre per intero sollevandosi sempre più in alto, sino alla fuga finale In gloria patris. La polifonia, la costruzione contrappuntistica che in Bach o Hændel è garanzia di ordine, in Beethoven è quasi aggredita con furia; tanto più risaltano quindi le oasi di quiete, come il Gratias agimus o l’implorazione del Miserere nobis. 

Una partecipazione totale, una compenetrazione assoluta con le più intime fibre dell’anima fa del gigantesco Credo una delle più personali creazioni beethoveniane. Nel trapasso dall’oggettiva adorazione e celebrazione, da Vecchio Testamento, delle due prime parti al dramma umano-divino del Vangelo, l’intero sistema delle convinzioni e delle passioni dell’artista si mette in moto. Il Cristo di questo Credo è ancora una volta l’eroe, cioè il benefattore dell’umanità (Il Salvator Mundi), cardine d’ogni grande concezione beethoveniana.

Nel Sanctus, iniziato con sommessa devozione e poi irrompente nell’animato giubilo dell’Osanna, un preludio strumentale, negli archi sono presenti solo viole e violoncelli, circonda di devoto raccoglimento gli atti del celebrante, che consacra il pane e il vino; indi segue la celeberrima melodia del Benedictus, di trasparenza e delicatezza quasi femminee nel gioco ricorrente delle voci e del violino solista. 

Anche l’Agnus Dei si eleva alle massime altezze nella seconda parte, il Dona nobis pacem, sul quale Beethoven iscrisse di suo pugno l’intitolazione: “preghiera per la pace esteriore e interiore”. Come sarà per la gioia nella Nona Sinfonia, il concetto di pace si eleva qui a un significato superiore di somma perfezione spirituale della condizione umana.

Fiumi d’inchiostro ha fatto scrivere il breve episodio bellicoso (“allegro assai”) che è inserito nella preghiera, per dipingere – secondo un esempio di Franz Joseph Haydn – i vani assalti del male alla coscienza del giusto invocante pace. Trombe e tamburi imitano realisticamente rumori della guerra, presentata come simbolo d’ogni male. Il musicista s’è preoccupato di variare, con uno di quei pronunciati contrasti che erano essenziali al suo primo e secondo stile, la persistente atmosfera di religiosa elevazione. Nelle somme altezze dello spirito l’aria rarefatta si fa alla lunga irrespirabile: l’episodio guerresco è una boccata d’umanità, che permette di riprendere in seguilo l’ascesa verso il divino con lena rinnovata e cuore purificato.

La filigrana dell’opera genera i seguenti spunti di riflessione:

Nessuna Messa ha questa dedica: “Dal cuore possa andare ai cuori”

Nessuna Messa fa eseguire alla voce del soprano, nel Kyrie, un’entrata talmente carica di interrogativi. 

Nessuna Messa avvia il Gloria con un’ansia così sfibrante, ma al contempo trionfante e roboante. 

Nessuna Messa è altrettanto attraversata dalle indicazioni di sforzando, forte, fortissimo e, a contrasto, nel Benedictus, da un così lungo episodio Andante molto cantabile, affidato alla dolcezza contemplativa del violino solo. 

Nessuna Messa è figlia inconfondibile e insieme sorprendente del suo autore, in passato quasi tutte le composizioni sacre avevano genesi per incarichi e non nascenti come questa da una voglia di celebrare un amico-mecenate nel momento di una nuova tappa della propria esistenza.

Solemnis: così si definisce questa Messa che, nella presenza di coro, orchestra e voci soliste, si distingue sia per le dimensioni non ordinarie sia per la particolarità dell’occasione per la quale viene concepita ed eseguita.

Interroghiamoci allora su quale Beethoven sia mai questo? Forse quello che nei Quaderni di conversazione così sentenzia: «Per scrivere della vera musica religiosa bisogna esaminare tutti i corali ecclesiastici dei monaci, farne degli estratti, anche delle strofe, nelle traduzioni migliori, con la più esatta prosodia di tutti i salmi e gli inni cattolici». 

O quello che così scrive al destinatario Serenissimo ac eminentissimo Domino Rudolfo Joanni Caesareo Principi et Archiduchi Austriae 

«Gli antichi ci servono moltissimo, perché hanno per lo più un autentico valore d’arte. Ma la libertà, il progresso nel mondo dell’arte, come in tutta la grande creazione, sono lo scopo, e sebbene noi moderni non siamo tanto avanti nella saldezza quanto i nostri antichi precursori, tuttavia la raffinatezza della nostra civiltà ha aggiunto qualche cosa» 

Concludendo lascio altre parole del Nostro, che siano per tutti noi ispirazione per la vita quotidiana riscoprendo l’IO che ci contraddistingue

«Bitte um innern und äussern Frieden»

(«Preghiera per la pace interiore ed esteriore»)

Una opinione su "«Von Herzen – möge es wieder – zu Herzen gehen!»"

Scrivi una risposta a Angelo Cancella risposta