Ottetto per fiati in mi bemolle maggiore op.103
Movimenti:
1. Allegro
2. Andante
3. Minuetto
4. Finale: Presto
Organico: 2 oboi, 2 clarinetti, 2 corni, 2 fagotti
Composizione: Ottobre 1792
Edizione: Artaria, Vienna 1830
Esecuzione: https://youtu.be/CxWC8O8axmg?si=sBX8glNHO7eSmry1
Come le musiche mozartiane per la stessa formazione, anche l’Ottetto in mi bemolle maggiore di Ludwig van Beethoven è un lavoro saldamente radicato nei suoi tempi. Negli anni in cui il musicista prestava servizio a Bonn, il principe elettore manteneva al suo servizio una Tafelmusik di qualità eccellente, formata da una coppia di oboi, una di clarinetti, una di corni e una di fagotti.
Stando alla testimonianza di Carl Ludwig Junker, un compositore dilettante che sentì il complesso nel 1791 e gli dedicò un’entusiastica recensione sulla Musikalische Correspondenz, i musicisti che ne facevano parte erano tutti «maestri nell’arte loro». Non sorprende, dunque, che in quegli anni Beethoven abbia frequentato spesso il genere della musica da camera per strumenti a fiato.
L’Ottetto in mi bemolle maggiore, pubblicato postumo come op. 103 e intitolato da Beethoven «Parthia» (all’uso antico), fa parte delle composizioni destinate alla Tafelmusik dell’Elettore. Si inserisce a pieno titolo nel filone delle serenate per strumenti a fiato tardo-settecentesche, pur adottando la scansione in quattro movimenti, tipica delle sonate e delle sinfonie. La composizione risale probabilmente al 1782. In seguito (non sappiamo quando con esattezza, prima comunque del febbraio 1791) Beethoven la trasformò nel Quintetto per archi op. 4. Anche Mozart,
come si ricorderà, aveva compiuto la stessa operazione trasformando la sua Serenata KV388 nel Quintetto per archi KV406; ma diversamente da Mozart, l’intervento di Beethoven non si risolse in un semplice adattamento: comportò invece una profonda rielaborazione, che spinse il compositore ad ampliare le dimensioni di alcuni movimenti, a rendere più elaborati gli sviluppi, ad accrescere la densità contrappuntistica della scrittura.
Nella versione originaria per ottetto di fiati, la composizione beethoveniana è esente dalle complessità strutturali e dai grandi sviluppi tematici di una sinfonia: l’Ottetto op. 103 si mantiene saldo nel solco della tradizione, che a una serenata richiede brillante disimpegno, comunicativa immediata, freschezza e attraenti giochi timbrici.
Eppure vi si nota, rispetto agli analoghi lavori mozartiani, qualcosa di inedito, qualcosa che tradisce una nuova sensibilità: sin dal primo movimento (Allegro) emerge il gusto per le sonorità piene, di natura più orchestrale che cameristica; rispetto al fine cesello di Mozart, al suo gusto per il gioco raffinato e per le sonorità prettamente cameristiche, si notano tratti più nerboruti, temi robusti, più brevi e meno levigati, pensati per le possibilità dell’elaborazione più che per l’esibizione di una bellezza melodica astratta. Non meraviglia, quindi, che sia soprattutto lo Sviluppo a raggiungere proporzioni e complessità inusitate per simile genere di composizioni: è qui che il materiale tematico presentato nell’Esposizione viene sottoposto a uno scavo accurato; è qui che le divagazioni armoniche e le tensioni ritmiche e dinamiche addensano al massimo il discorso; è qui, infine, che Beethoven lascia presagire i suoi futuri grandi sviluppi sinfonici.
L’Andante risponde a un semplice schema di forma ternaria ABA; ma le inserzioni, i rimandi tra una sezione e l’altra, le irregolarità morfologiche rendono il movimento tutt’altro che schematico. Un tema principale, esposto prima dall’oboe poi dal fagotto, determina il carattere della prima parte, all’inizio della quale Beethoven annota in partitura «piano e dolce». E proprio la dolcezza sonora e l’eufonia ne costituiscono la cifra distintiva. Più ampia la parte centrale, costituita da due motivi distinti che corrispondono a due diversi atteggiamenti affettivi; e al termine della parte centrale ritorna, come un demarcatore formale e al tempo stesso un fattore di coesione strutturale, la breve sezione che già aveva concluso la prima parte del movimento. Una breve cadenza prelude alla Ripresa, che anziché condurre direttamente alla conclusione ha ancora il tempo di dispiegare uno dei motivi del momento centrale e una breve elaborazione del tema principale.
Il tema del Menuetto è assai particolare: attacca infatti con un salto discendente d’ottava che ne fa un antesignano del celebre tema dello Scherzo nella Nona Sinfonia.
È un tema propulsivo, assai poco melodico e invece molto ritmico. Il movimento, del resto, ha poco in comune con la danza stilizzata di cui porta il nome: per la rapidità e lo scatto nervoso che lo contraddistingue è di fatto uno Scherzo. Ha la sua controparte in un Trio che, col suo carattere disteso, ne fa risaltare ancor meglio l’energia ritmica.
Il movimento finale dell’Ottetto (Presto) è in quella particolare forma, prediletta da Mozart ma frequente anche in Beethoven, che rappresenta una commistione tra il rondò e la forma-sonata. Come in un rondò, un tema principale funge da ritornello e torna periodicamente a separare diversi episodi. Ma il primo episodio, nella tonalità della dominante, viene ripreso alla fine del movimento nella tonalità della tonica, proprio come si trattasse del secondo tema di una forma-sonata; l’episodio centrale, inoltre, è più ampio ed è improntato a un carattere elaborativo, per cui viene a svolgere un compito a!ne a quello di uno Sviluppo sonatistico. Nel nostro caso, poi, l’analogia del movimento con la forma-sonata è spinta ancora oltre: il ritornello e il primo episodio sono collegati da un vero e proprio ponte modulante, regolarmente ripreso nella fase finale; ne manca un artificio tipicamente sonatistico, le «false riprese» del ritornello al termine dello Sviluppo, che ingannano l’orecchio presentando sì il tema principale, ma nella tonalità sbagliata, subito prima che venga ripreso in quella giusta. Dall’inizio alla fine, il rondò è attraversato da quella gaia e scoppiettante vitalità che di una serenata per ensemble di fiati è la cifra distintiva.
