Beethoven “innamorato” del pianoforte

Sonata per pianoforte n. 24 in fa diesis maggiore op.78 “À Thérèse”

Movimenti:

1. Adagio cantabile. Allegro ma non troppo (do maggiore)

2. Allegro assai

Organico: Pianoforte

Composizione: 1809

Edizione: Clementi, Londra 1810

Dedica: Thérèse von Brunsvik (cfr.https://it.wikipedia.org/wiki/Therese_Brunsvik)

Esecuzione: https://youtu.be/RswU079wqwo?si=8bKXGEcHj8GEjvVp (Igor Levit live al Festival di Salisburgo 2020)

Beethoven si applicò alla ventiduesima Sonata del suo catalogo, l’op. 78, dopo una pausa di circa tre anni dalla precedente celebre Appassionata. Mai, in precedenza, era stato inattivo per tanto tempo sul fronte della Sonata per pianoforte, e questa inattività, confrontata con l’incessante attenzione in precedenza rivolta allo strumento a tastiera, testimonia del deciso orientamento verso la produzione con orchestra, nonché di una ormai acquisita confidenza verso tutte le risorse espressive dello strumento a tastiera e del genere della Sonata.

All’editore Breitkopf und Härtel, che gli chiedeva nuove opere per pianoforte, rispose: “Non amo dedicare molto tempo alle Sonate per pianoforte solo, però gliene prometto qualcuna” (19 settembre 1809); l’op. 78 venne poi pubblicata nel novembre 1810 a Lipsia, appunto per i tipi di Breitkopf und Härtel.

Ovvio che, dopo i vertici di alta drammaticità e spettacolarità dell’Appassionata, le nuove applicazioni in questo campo non potessero ripercorrere le vie del passato, ma dovessero muovere anzi in direzione inversa; dunque non grandi articolazioni e alte ambizioni concettuali, ma la scelta di dimensioni dimesse e la tendenza verso un pronunciato intimismo, caratteristiche che accomunano la Sonata op. 78 e quelle, diversissime, nate negli anni seguenti (op. 79, op. 81a, op. 90).

Nelle Erinnerungen an Beethoven Carl Czerny, amico e confidente del maestro, riferisce una frase del compositore relativa all’op. 78: “Si parla sempre della Sonata in do diesis minore [op. 27 n. 2] ma io ho in veritàscritto di meglio. La Sonata in fa diesis maggiore è qualcosa di diverso“.

Un giudizio che certamente non corrisponde a molti stereotipi legati al pianismo di Beethoven; l’op.78 si affida a un impianto in soli due agili movimenti, dalle sonorità “pianistiche” in senso tradizionale, senza che questo implichi ovvietà dei contenuti.

I due movimenti sono fra loro estremamente dissimili nel carattere, ma conservano entrambi un gusto dell’eleganza, della rifinitura, della discrezione che assicura unità alla composizione. Il tempo iniziale consta di una introduzione di appena quattro battute – una innodia accordale e ascendente in Adagio cantabile – e di un Allegro ma non troppo in forma sonata, aperto da una melodia intimistica, tersa, pura, dolcemente cantabile; nella sua varietà di atteggiamenti il movimento non si discosta da questa impostazione, neanche nel breve sviluppo, animato dal contrasto fra i ritmi principali.

Questa tendenza al canto, che è stata considerata pre schubertiana, viene contraddetta dall’Allegro vivace, un brioso Rondò che si avvale, come refrain, di una incisiva fanfara di “caccia”, e che prosegue scorrevolmente sul veicolo di una agilità leggiadra e frammentaria, non priva di implicazioni umoristiche.

Lascia un commento