Deve essere? Deve Essere!

Quartetto per archi n. 16 in fa maggiore op. 135

Musica: Ludwig van Beethoven (1770 – 1827)

Movimenti:

1. Allegretto

2. Vivace

3. Lento assai, cantante e tranquillo (re bemolle maggiore)

4. Grave ma non troppo tratto (fa minore), Allegro

Organico: 2 violini, viola e violoncello

Composizione: 1826

Prima esecuzione: Vienna, 23 Marzo 1828

Edizione: Schlesinger, Berlino 1827

Dedica: Johann Nepomuk Wolfmayer

Esecuzione: https://youtu.be/1hxpIQ3XhXA?si=xJIYl06jwFqEcRrS (Versione per Quartetto d’archi)

Esecuzione: https://youtu.be/oEBVUGRN_QY?si=gyahNIPhj2QInDdm (Versione per orchestra Wiener Philarmoniker Leonard Bernstein 17 settembre 1989 Musikverein Grossen Saal)

L’op. 135, nel panorama degli ultimi cinque quartetti (op. 127, 130, 131, 132, 135, più la Grande Fuga), è sembrata di respiro meno ampio e di minore complessità. Si dimentica però che questo Quartetto (scritto sei mesi prima di morire) offre un clima di serenità quasi contemplativa, che è caratteristica dell’ultima produzione: la Missa Solemnis e la Nona Sinfonia in particolare. Aleggia inoltre nel Quartetto un messaggio filosofìco ed umano che, anche se oscuro, non possiamo ignorare; si tratta dell’epigrafe musicale (probabilmente da non eseguire) posta all’inizio del Grave: Muss es sein? Es muss sein! (Deve essere? Deve essere!). (*)

Possiamo far nostra (senza spiegazioni) questa epigrafe, come il protagonista del romanzo di Kundera L’insostenibile leggerezza dell’essere, oppure considerarla una “verità”, un percorso della volontà umana che Beethoven ci vuole indicare come ultimo monito della sua esistenza.

L’analisi della partitura, se non la soluzione, ci o!re però il senso di questo dover essere e cioè la capacità di controllo della forma che diviene assoluta. L’Allegretto che apre il Quartetto, nel suo caratteristico gioco di domanda (viola) e risposta (violino primo e poi gli altri), si presenta con un rigore architettonico esemplare. Beethoven economizza le presenze e le assenze degli strumenti, calibra i registri dal grave, al centro, all’acuto, proporziona le modulazioni, ottimizza, insomma, il mondo del quartetto. Solo dopo ripetuti ascolti ci si rende conto che non siamo di fronte alla semplicità ma alla perfezione, e non una perfezione ideale (riferita a modelli esterni) bensì quella raggiunta da Beethoven attraverso 16 quartetti. In questo senso, più che dar conto dei singoli materiali impiegati, vale la pena di sottolineare che in questo primo movimento si può toccare con mano (ovvero ascoltare) il concetto di forma astratta, ossia lo schema intellettuale su cui si basa il pensiero del compositore. Traspare dalle battute il significato ultimo della musica per Beethoven, inteso non in senso filosofìco ma proprio come schema di funzionamento. A ben guardare (o a ben sentire!) questo movimento appaga la nostra sete di conoscenza del metodo di composizione di Beethoven, un metodo straordinario specie in riferimento al problema della forma che è fondamentale per un’arte che si svolge nel tempo.

Il materiale usato per il secondo movimento (Vivace) è estremamente essenziale, quasi “povero”, e soltanto il leggero ritmo sincopato o!re un appiglio di curiosità. Lo scopo di tanta semplicità è di dar spazio ad una vivacità armonica che va da semplici scarti cromatici a vere e proprie modulazioni di grande impatto drammatico.

Beethoven fa anche largo uso di e!etti coloristici giustapponendo zone in pianissimo e fortissimo, e abbassando talvolta l’intensità fino al ppp.

Rigore e semplicità sono i punti cardinali del terzo movimento (Lento assai, cantante e tranquillo) costruito sulla forma A-B-A, che contrappone il primo tema cantabile e melodioso al secondo, reso frammentario da continue pause. Come per il primo movimento è facile confondere la perfezione della sintassi e la severità della forma con una generica semplicità; anche qui, allora, bisognerà ricordare che tanto più è semplice la struttura compositiva tanto più è difficile il padroneggiarla, come fa l’autore, calibrando battuta dopo battuta tutto il materiale musicale.

L’ultimo movimento è il più difficile da interpretare: i due Allegri sono costruiti sul tema del Es muss sein! introdotti dai due Gravi Muss es sein?, due mondi apparentemente estranei legati solamente da una relazione intervallare (terza discendente e quarta ascendente nel Grave e l’inverso nell’Allegro). L’uso massiccio di pause spezza ancora di più la già frammentaria atmosfera, e tutto sembra un lungo ripetersi dell’epigramma musicale iniziale.

Come lì si contrapponevano due mondi, così nel corso dell’ultimo movimento si alternano i temi e le armonie; è comunque straordinario il forte senso unitario che emana dalla musica come a ricordarci che l’epigrafe, anche se divide il mondo in due parti, riguarda lo stesso universo.

(*) Beethoven utilizzò nel suo ultimo e qui presentato Quartetto per archi, il n. 16, op. 135, per indicare un destino o una necessità ineluttabile e, allo stesso tempo, una risoluzione ed un addio alla vita e alla musica con un tocco di umorismo. L’espressione nasce da uno scambio di battute su un pagamento, ma diventa un tema musicale centrale nel finale del quartetto, che affronta la gravità della situazione con leggerezza. 

Contesto e significato

  1. Un addio umoristico:
    La combinazione tra la serietà della domanda e l’allegria della risposta, con un finale brillante e pieno di umorismo, rappresenta il saluto di Beethoven alla musica e alla vita, un addio che accetta ciò che deve essere con leggerezza e risolutezza

2. Un aneddoto divertente:
La frase deriva da un episodio in cui un certo signor Dembscher doveva dei soldi a Beethoven e, interrogato sul pagamento, chiese “Muss es sein?” (Deve essere?). Beethoven, necessitando del denaro, rispose con un deciso “Es muss sein!” (Sì, deve essere!). 

3. Simbolo del destino:
Inizialmente legata a una questione economica, l’espressione assume un valore più profondo, diventando un’affermazione del destino e un sentimento di accettazione di fronte a decisioni difficili ed inevitabili temi tanto cari e mai sottovalutati da parte del Nostro.




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