Haydn profondamente austriaco

Quartetto per archi n. 77 in do maggiore “Kaiserquartett” op. 76 n. 3 Hob:III:77

Musica: Franz Joseph Haydn (1732 – 1809)

1. Allegro (do maggiore)
2. Poco Adagio. Cantabile (sol maggiore) 3. Menuetto (do maggiore) e Trio
4. Finale. Presto (do minore)

Organico: 2 violini, viola e violoncello
Composizione: Vienna, 14 giugno 1797
Prima esecuzione: Eisenstadt, Eszterháza Theater, 29 settembre 1797 

Edizione: André, Offenbach, 1799
Dedica: conte Josef Erdödy

Esecuzione: https://youtu.be/LfUIsl60ams?si=I33eYgpJUHYawWxg

Composti fra il 1796 e il 1797, i sei Quartetti op. 76 sono – insieme agli unici due portati a termine dell’op. 77 – il punto d’arrivo d’una parabola iniziata ben quarant’anni prima, con i Quartetti op. 1, risalenti al 1757-1759. Quando Haydn l’aveva preso nelle proprie mani, il quartetto era un genere musicale non ancora ben definito, il numero dei suoi movimenti era fluttuante, la sua struttura era gracile e perfino il suo nome era incerto e intercambiabile con quelli di “divertimento”, “concertino” e simili: applicandosi al quartetto oltre settanta volte in quarant’anni, Haydn ne arricchì e ne sviluppò enormemente le possibilità, ne fece il “principe” della musica strumentale da camera e consegnò infine nelle mani dei suoi successori un genere musicale ben definito e allo stesso tempo capace di ulteriore e radicale evoluzione per oltre un secolo, fino a Schönberg, Berg e Webern.
Con questo Haydn si guadagnò l’appellativo di “padre del quartetto”, che però rende solo parzialmente giustizia al valore e al significato delle ricerche e sperimentazioni continue, instancabili e spesso audaci, con cui egli giunse a superare la struttura dei primi quartetti e ad attribuire importanza paritetica ai quattro strumenti, a sviluppare un discorso contrappuntistico serrato, a dare maggiore complessità e individualità ai temi, a rendere più vari i ritmi, a creare architetture più ampie e allo stesso tempo più organiche e unitarie.
Troppo spesso si rappresenta Haydn come l’incarnazione della forma classica, intesa scolasticamente come un modello rigido e cristallizzato, come uno schema immodificabile entro cui incanalare e costringere ogni volta la musica per ottenere un equilibrio formale sperimentato e sicuro. In realtà il classicismo haydniano è uno stile che si attua in modo ogni volta diverso. Pensiamo non tanto alle famose “sorprese” inserite in molte sue sinfonie quanto piuttosto alle soluzioni sempre nuove presenti sia nei dettagli che nella struttura complessiva delle sue composizioni, che soltanto ad un ascoltatore molto superficiale potrebbero apparire prevedibili.

L’ideale perseguito da Haydn non è dunque uno sterile perfezionismo formale ma la razionalità: nelle sue composizioni, dominate da una delle menti più razionali che la musica abbia conosciuto, ogni nota ha una funzione strutturale precisa e non esistono passaggi con funzioni di transizione o di mero riempitivo ma tutto viene consequenzialmente dedotto dal tema (o dai temi) iniziale.

Questo difcile ideale viene raggiunto col massimo grado di pienezza proprio negli ultimi quartetti, destinati a un pubblico ristretto ma competente, in grado di cogliere e apprezzare anche le soluzioni più rafnate e più sottili tentate dal compositore: si trattava di una musica “reservata”, composta per qualche mecenatesco intenditore, al cui uso esclusivo era destinata per alcuni anni, prima che il compositore avesse il diritto di farla pubblicare. È appunto il caso dei Quartetti op. 76, scritti su commissione del conte Erdödy nel 1796-1797 e stampati soltanto nel 1799, contemporaneamente a Londra e a Vienna.

Il più celebre di questi Quartetti è indubbiamente il n. 3, in do maggiore (Hob. III:77), non tanto per una superiore qualità (sarebbe ben difcile stabilire una graduatoria di questo tipo fra questi sei capolavori) quanto per l’utilizzazione, come tema del secondo movimento, della melodia dell’inno austriaco (e poi tedesco) «Gott erhalte den Kaiser», composto da Haydn su un testo del poeta Lorenz Haschka ed eseguito per la prima volta il 12 febbraio 1797, in occasione del compleanno dell’Imperatore.

Il primo movimento di questo Quartetto, Allegro, ha una scrittura strumentale di pienezza quasi sinfonica e una struttura molto compatta, fin dall’esposizione, in cui, in luogo della consueta presentazione di due temi diversi in due momenti distinti e in due tonalità contrapposte, si ha l’intersecazione del primo e principale tema con un secondo e meno protagonistico tema, che si alternano più volte a distanza ravvicinata. Nel corso dello sviluppo sboccia un episodio straordinario, in cui la maggior parte dei motivi principali e secondari di questo movimento vengono integrati in una danza dal sapore popolare, sorretta da un accompagnamento in note tenute di viola e violoncello, che evoca il suono rustico delle zampogne. Questa danza porta direttamente alla ripresa dell’esposizione iniziale, che si presenta qui abbreviata in alcuni momenti e in altri invece arricchita da nuove idee, come il breve passaggio in andamento più lento, che sembra sospendere il corso del tempo, prima che l’ultimo ritorno del secondo tema precipiti il movimento verso la conclusione.

Nel Poco adagio, cantabile, dopo aver esposto il tema dell’inno imperiale, pacato e solenne come un inno religioso, Haydn si guarda bene dal modificarlo nel corso delle quattro successive variazioni, ma lo afda di volta in volta a uno strumento diverso, avvolgendolo d’un contrappunto sempre più denso. Esposto inizialmente dal primo violino con un’armonizzazione tradizionale, passa nella prima variazione al secondo violino, mentre il primo vi ricama sopra un controcanto in rapide semicrome. Dopo questo duetto fra i due violini, il tema passa al violoncello su un controcanto ricco di sincopi del primo violino, mentre viola e violoncello arricchiscono il contrappunto. La terza variazione inizia come un duo fra viola (ora il tema spetta a lei) e primo violino, dopo due sole battute si trasforma in un trio (prima con i due violini e la viola, poi con secondo violino, viola e violoncello) e si conclude con la partecipazione di tutti i quattro strumenti. Nella quarta variazione il tema torna al primo violino, ma all’ottava acuta, trattato come un corale, con armonie di sapore romantico, spegnendosi inXne dolcemente in una misteriosa coda di cinque battute.

Il Minuetto si basa su un tema imparentato con quelli del primo e del quarto movimento. È un sano e robusto Allegro, con un Trio centrale che ci porta inaspettatamente nella tonalità di la minore, alternandola con il la maggiore: una particolarità che, insieme al tono delicatamente malinconico, evoca Schubert.

L’attacco del Presto proietta il Quartetto in un altro universo. Dopo tre violenti accordi, ritorna un tema che è sostanzialmente lo stesso del primo e del terzo movimento, ma nella cupa tonalità di do minore, con lunghi passaggi agitati e instabili in terzine: solo nella parte conclusiva ritorna, ormai insperato, il luminoso do maggiore, che però non può restaurare interamente la serenità sconvolta dal precedente do minore.

Franz Kuhac affermò nel 1868 che il tema dell’inno haydniano ricorda un canto popolare croato. Più tardi all’inno imperiale di Haydn vennero adattate le parole della canzone di Hoffmann von Fallersleben, Deutschland über alles.

Lascia un commento