Una favola in musica

Musica: Claudio Monteverdi (1567 – 1643)

Testo: Sandrino Striggio 

Ruoli:

La Musica (soprano)
Orfeo (tenore)
Euridice (soprano)
La messaggera, Silvia (soprano) Speranza (soprano)

Caronte (basso) Plutone (basso) Proserpina (soprano) Eco (tenore)

Apollo (tenore) Coro misto

Organico: 2 cornette, 4 trombe, 5 tromboni, 2 flauti a becco, 2 violini piccoli, 2 clavicembali, 3 chitarroni, 3 viole da gamba, arpa, archi, 2 piccoli organi a canne, organo portatile a canne
Prima rappresentazione: Mantova, palazzo Ducale, 24 febbraio 1607
Edizione: Ricciardo Amadino, Venezia, 1609

Dedica: principe Francesco Gonzaga

Esecuzione: https://youtu.be/0mD16EVxNOM?si=1DAubYYYEMTHhH1_

Sinossi

Prologo

La Musica introduce l’argomento della vicenda drammatica (“Dal mio Permesso amato”) e richiama il potere rasserenante dei suoni, che fermano – come accadeva a Orfeo con il suo canto – le forze della natura.

Primo atto

Orfeo ed Euridice stanno per celebrare le nozze. Ninfe e pastori, raccolti intorno a loro (“In questo lieto e fortunato giorno”), li festeggiano con canti propiziatori (“Vieni, Imeneo, deh vieni”) e danze (“Lasciate i monti, lasciate i fonti”). Orfeo si rivolge agli astri, testimoni della sua felicità (“Rosa del ciel, vita del mondo e degna”); a lui si associa Euridice.

Mentre tutti si dirigono al tempio, il coro invita a non abbandonarsi mai allo sconforto (“Alcun non sia che disperato in preda”).

Atto secondo

Orfeo fa ritorno ai suoi boschi e ai suoi prati (“Ecco pur ch’a voi ritorno”). Mentre i pastori lo accompagnano con lieti canti (“In questo prato adorno”), Orfeo si rallegra della sua felicità (“Vi ricorda, o boschi ombrosi”). Improvvisamente i lamenti della messaggera Silvia (“Ahi caso acerbo”) annunciano una terribile sventura: Euridice è stata morsa da un serpente mentre coglieva fiori, ed è morta tra le braccia delle compagne. Orfeo, fuori di sé, esprime il proposito di scendere nell’oltretomba per riportare a sé la sposa (“Tu se’ morta, mia vita, ed io respiro?”). Il coro compiange la sua triste sorte (“Ahi, caso acerbo, ahi fato empio e crudele!”).

Atto terzo

Orfeo, guidato dalla Speranza, è giunto all’ingresso del regno delle ombre (“Ecco l’atra palude, ecco il nocchiero”). Qui, rimasto solo, incontra Caronte, il traghettatore delle anime dei morti, che tuttavia gli nega l’accesso (“Oh tu ch’innanzi morte a queste rive”). Orfeo prova a muoverlo a pietà (“Possente spirto e formidabil nume”); vista l’inutilità dei suoi sforzi, fa cadere nel sonno il severo guardiano intonando un canto e accompagnandosi con la cetra (“Ahi, sventurato amante”). Orfeo conduce allora la barca oltre lo Stige, mentre il coro degli spiriti infernali commenta, meravigliato, la straordinaria e coraggiosa azione (“Nulla impresa per uom si tenta in vano”).

Atto quarto

Proserpina, commossa dagli strazianti lamenti di Orfeo che va aggirandosi per gli inferi, intercede in suo favore presso il consorte Plutone, pregandolo di restituire la sposa all’infelice. Plutone acconsente, ma pone una condizione: Orfeo non dovrà mai volgere lo sguardo a Euridice prima di aver lasciato il regno dei morti. Orfeo dà libero sfogo alla sua gioia (“Quale onor di te fia degno”); ma poi, sulla via del ritorno, è colto dal dubbio che Euridice lo stia seguendo davvero (“Ma mentre io canto, ohimè, chi m’assicura”). Si volge dunque a guardare la sposa, e così facendo infrange il divieto di Plutone, perdendola irrimediabilmente (“Dove te ‘n vai, mia vita?”). Il coro degli spiriti commenta il fatto che Orfeo, pur vincendo le forze della natura, non sia riuscito a vincere se stesso (“È la virtute un raggio”).

Atto quinto

Orfeo, fatto ritorno tra i vivi, piange amaramente la sua sorte (“Questi i campi di Tracia e quest’è il loco”) riproponendosi di rinunciare per sempre all’amore e all’arte della musica. Apollo ascolta il suo lamento e, mosso a pietà, scende dai cieli per portarlo con sé (“Saliam cantando al cielo”), donandogli l’immortalità. Lassù Orfeo potrà contemplare, tra le stelle, il volto di Euridice. Il coro (“Vanne, Orfeo, felice appieno”) osserva come il dolore sulla terra sia compensato dalla felicità in cielo.

Quando L’Orfeo di Monteverdi venne rappresentato al Palazzo Ducale di Mantova, il 24 febbraio 1607, l’opera in musica non costituiva una novità assoluta: già da alcuni anni a Firenze si sperimentavano forme di teatro interamente cantato, che avevano destato un’eco grandissima. Nell’anno 1600, ad esempio, rappresentazioni del genere avevano accompagnato gli sfarzosi festeggiamenti – ai quali era presente il duca di Mantova Vincenzo Gonzaga – per il matrimonio di Maria de’Medici ed Enrico IV di Francia. È probabile che alla base dell’iniziativa mantovana del 1607, promossa dal principe ereditario Francesco, stesse il proposito di emulare i Medici.

Il progetto di mettere in scena un’opera in musica fu a!dato all’Accademia degli Invaghiti, della quale faceva parte (col nome di “Ritenuto”) il conte Alessandro Striggio che stese il testo poetico. Si trattava di una «favola in musica», su un soggetto già utilizzato da Ottavio Rinuccini per Jacopo Peri e Giulio Caccini, una storia ambientata nel mondo mitico dell’Arcadia. Il fatto che vi agissero personaggi irreali – dei, semidei, ninfe e pastori, figure allegoriche – poteva giustificare meglio l’inverosimiglianza sostanziale della rappresentazione, nella quale i personaggi, anziché recitare, si esprimevano cantando. Preparata con cura, la rappresentazione dell’Orfeo si tenne in una stanza del palazzo di corte, la «sala del partimento» (probabilmente l’odierna Galleria dei Fiumi), essendo il teatro di corte impegnato dallo spettacolare allestimento di una commedia. Una replica ebbe luogo il 1° marzo.

Alcuni dei cantanti, come il castrato Giovan Gualberto Magli e il tenore Francesco Rasi (che probabilmente vestì i panni di Orfeo), vennero ‘prestati’ dalla corte medicea. Lo spettacolo fu realizzato con il concorso di un ricchissimo organico strumentale, comprendente ogni sorta di strumenti da tasto, ad arco, a fiato, a pizzico. Per l’occasione venne dato alle stampe il testo letterario; due anni più tardi fu pubblicata, a Venezia, la partitura, che consentì di realizzare nuovi allestimenti e contribuì grandemente alla notorietà dell’opera.

Nel testo del libretto stampato per la prima rappresentazione, il finale dell’opera è diverso da quello che conosciamo: i lamenti di Orfeo vengono interrotti dall’irruzione delle baccanti, che intonano un coro dionisiaco e puniscono il protagonista con la morte per le sue a”ermazioni misogine. Nella partitura, invece, Apollo – mosso a pietà dalla disperazione di Orfeo – scende dal cielo e porta con sé il cantore, beatificandolo. È stata avanzata l’ipotesi che Monteverdi abbia previsto le due soluzioni per due diversi auditori: il primo scioglimento (più sofisticato, in quanto aderente al mito originale) per gli accademici, il secondo (d’impronta più moraleggiante, se non cristiana) per il pubblico meno colto e ra!nato della replica. Ma forse la spiegazione è più banale: lo spazio della sala in cui avvenne la prima rappresentazione era limitato (nella dedica del libretto si parla dell’«angustia del luogo») e non permetteva l’impiego di complicate macchine sceniche, come quelle che avrebbero dovuto portare in cielo Apollo e Orfeo.

Rispettoso delle regole tragiche, L’Orfeo è diviso in cinque atti e rispetta le unità di tempo e di azione. Ogni atto si conclude con un coro, con funzione d’intermedio, preceduto e seguito da interventi strumentali; ciò permette l’entrata e l’uscita dei personaggi e consente di realizzare i mutamenti di scena. Momenti corali intervengono numerosi anche nel corso dell’azione: Monteverdi vi sfoggia quella ricca scrittura della quale s’era già mostrato maestro nelle sue composizioni madrigalistiche. Anche nelle parti destinate al canto solo sfrutta l’esperienza della scrittura già sperimentata, ad esempio, nel quinto libro dei suoi madrigali. Le parti poetiche strutturate in versi strofici – che corrispondono a situazioni ‘musicali’ come canti, danze, cori, preghiere – vengono messe in rilievo con brani anch’essi strofici e chiusi, o con pagine polifoniche, o comunque con sezioni dal profilo cantabile. Il resto è reso con lo stile recitante e declamato, cui danno varietà e interesse procedimenti arditi nell’armonia e una costante attenzione per i contenuti espressivi. Esemplari, per mobilità dello stile e patetismo, il racconto della morte di Euridice, il lamento di Orfeo e tanti altri luoghi. Spiccata è la tendenza a creare grandi strutture musicali per dare risalto alle situazioni sceniche.

Nonostante l’ambientazione arcadico-pastorale, L’Orfeo di Monteverdi mostra una patina tragica che è assente nelle opere precedenti sullo stesso soggetto. Il taglio è più drammatico: l’azione, invece di basarsi su racconti che narrano gli eventi, presenta in tempo reale gli atti e le decisioni del protagonista. Monteverdi rivela, qui, un senso spiccato della teatralità, legata anche alla precisa individuazione psicologica del personaggio di Orfeo, al suo stile di canto vario e intenso che ne fa una figura autenticamente umana: il primo vero protagonista nella storia del teatro musicale moderno.

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