Gli Archi di Beethoven – VI Puntata

Quartetto per archi n. 6 in si bemolle maggiore, op. 18 n. 6

Musica: Ludwig van Beethoven (1770 – 1827)

1. Allegro con brio
2. Adagio, ma non troppo (mi bemolle maggiore) 

3. Scherzo. Allegro
4. Adagio “La Malinconia”
5. Allegretto quasi Allegro

Organico: 2 violini, viola e violoncello
Composizione: 1798 – 1800
Edizione: Mollo, Vienna 1801
Dedica: Principe Franz Joseph Maximilian von Lobkowitz

Nel sesto Quartetto in si bemolle maggiore se i primi due movimenti – un Allegro con brio e un Adagio ma non troppo – si mantengono nell’ordine di una sobria e disincantata maniera, comunque riconducibile a una certa convenzionalità, Qn dallo Scherzo si prova la confortante sensazione di trovarsi di fronte a un prepotente bisogno di fare da sé, di rischiare l’originalità di un’invenzione senza precedenti. Con molta ragione Carli Ballola, nella sua pregevole monografia beethoveniana, l’individua nello «scontro di due strutture ritmiche diverse: quella della frase, in sei ottavi, e quella della misura, in tre quarti»; salvo aggiungere che proprio di qui derivano quegli inquietanti bagliori espressivi che preludono le ben più mature tensioni romantiche dello Scherzo di Beethoven.

È però il famoso Finale, di complessa formazione, a giustificare pienamente l’inclusione del Quartetto nelle più significative composizioni del primo Beethoven. Lascia perfino stupefatti, non fosse che per la preveggenza degli ultimi Quartetti, l’arditezza con cui s’imposta il discorso musicale di questo Adagio che Beethoven stesso intitolò La Malinconia; e cioè meraviglia l’intuizione precoce di un impianto tematico afdato a una melodia di poche note che appunto ritornano identiche nelle due strutture di quattro battute del tema, e che però diventano a loro volta l’insistente elemento strutturale di un complesso organismo timbrico e armonico destinato a diventare la materia base del brano. Si perviene cioè a un vero e proprio campo armonico consegnato a una successione di accordi di settima diminuita privi di attrazione tonale ben definita, sospesi davvero in uno stato di imponderabilità, che evidenzia lo scopo di consegnare alla polifonia timbrica degli strumenti in diverse combinazioni, l’evolversi di una situazione musicale proprio perciò guidata nel suo allucinante accumulo di intensità espressiva, dalle progressioni e dalla dinamica dei piani e dei forti, usate per eludere ogni ragionevole, abituale, andamento discorsivo. Si crea insomma un clima sonoro che via via domina sovrano talché il concetto di malinconia perde ogni connotato di patetico sentimentalismo, e conquista l’immagine di una chiaroscurata ansietà dove si riconoscono i tratti del romanticismo beethoveniano, sorretto da una forza ideale consapevole delle concrete contraddizioni umane. L’Allegretto conclusivo, ricondotto a un candido Laendler, stabilisce un brusco contrasto, inatteso e certamente impoverente, benché anch’esso concepibile in quell’ordine di visione dei moti dello “spirito”, al quale Beethoven non poteva certo ancora sottrarsi, e al quale d’altronde credeva, per cui la chiusura di un pezzo non poteva essere in negativo, bensì di segno positivo, e significativamente con un richiamo popolaresco.

🎧 👉🏻 https://youtu.be/77-UWEluzJE?si=IUEUZ7jOX-ss_03g (Alban Berg Quartett)

Un minuto di silenzio ed un Requiem in occasione della ricorrenza (cfr. 198ma) della scomparsa di Ludwig!

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