Verdi nella musica sacra – Atto III

Laudi alla Vergine Maria

Composizione: Per coro femmine a cappella

Testo tratto dal Canto XXXIII del Paradiso di Dante ***

Movimento ed andamento: Moderato in sol maggiore

Organico: Coro femminile senza accompagnamento

Composizione: 1890
Prima esecuzione: Parigi, Opéra, 7 aprile 1898

Edizione: Ricordi, Milano, 1898

Verdi non è stato un cattolico credente, né prima del Requiem (1874) né negli anni estremi (con intima pena della moglie, che nelle sue belle lettere parla più volte dell’agnosticismo di Verdi), ma il suo genio e la sua coscienza si chiedevano, certo, il significato dell’uomo e del suo destino, entro i confini e di là da essi. Era, dunque, un austero spirito religioso senza misticismi, ma con un senso profondo dell’ignoto e del sacro, religioso, dunque, di religione umanistica, di cui la sua musica teatrale si era nutrita, e da cui sono nati il Requiem, le Laudi, l’Ave Maria, il Te Deum e l’estrema testimonianza dello Stabat Mater. È musica spirituale e drammatica (in qualche pagina è musica della sua migliore), in cui, come sempre in Verdi, l’invenzione sorge dalla potente immaginazione del “quadro” e dà vigoroso rilievo alla parola.

Nell’ottobre del 1897 il vecchio musicista (aveva 84 anni) spedisce a Giulio Ricordi, che era in apprensiva attesa, due dei suoi Pezzi sacri, l’Ave Maria e il Te Deum e qualche giorno dopo le Laudi alla Vergine e lo Stabat Mater (a Ricordi: «Non ho mandato questi pezzi perché desideravo darvi un’ultima occhiata»). Dopo quattro anni, da Verdi musica nuova, o se non nuova, musica tenuta segreta dal grande vecchio! Le Laudi alla Vergine le aveva scritte nel 1886, dopo aver concluso l’Otello (il primo titolo delle Laudi era Preghiera del Paradiso), l’Ave Maria tre anni dopo, ilTe Deum nel 1896, lo Stabat nel 1897. In mezzo a questi lavori religiosi era nato Falstaff, andato in scena alla Scala il 9 febbraio 1893. Verdi aveva licenziato la mirabile partitura lasciando in essa un biglietto carico di malinconia (che Toscanini ritrovò venticinque anni dopo). Dunque, i due pezzi maggiori, Te Deum Stabat, consolarono la tristezza dell’estrema vecchiaia di Verdi e la solitudine.

E quando ascoltiamo l’ultima sua musica, ci sembra che Verdi alla fine della vita abbia cercato un sostegno ideale nelle grandi figure dell’intercessione, della mediazione, tra il dramma dell’esistenza umana e l’infinito mistero – nelle figure, dunque, della Madre e del Dio figlio che accetta la nostra morte; e che questo sia della musica il valore segreto. Ma non possiamo essere certi che il fervido sentimento di riconoscenza per le figure sante gli abbia concesso la consolazione di guardare nel mistero, di là, come dicevo, dai nostri confini.

Laudi alia Vergine Maria

tolte dall’ultimo canto del Paradiso di Dante, per quattro voci femminili, sole

Alla prima esecuzione della Scala (come abbiamo detto, il 6 aprile 1899, direttore Toscanini) le Laudi furono il brano di maggior successo e ne fu chiesto, e ottenuto, il bis. Strano risultato in una serata deludente (di cui Boito, addolorato, scrive a Verdi), tanto più strano in quanto lo stile tenue di questa pagina sembra il meno adatto a dar calore a un pubblico che, per molti e diversi motivi, si mostrava freddo, come spesso accade alla Scala. Era ostentazione di cultura esigente contro il linguaggio “verdiano” dei due brani maggiori (ostilità simili quel pubblico le ha messe più volte in atto)? O approvazione (che è quasi lo stesso) di una scelta espressiva nata quasi direttamente dall’ultimo atto dell’Otello, di cui le Laudi erano quasi coetanee? La somiglianza poetica con la preghiera di Desdemona è evidente, ma non è pari la sostanza musicale.

Queste Laudi danno l’impressione di essere una prova di lavoro con un grande testo, il testo massimo della nostra letteratura, e di essere anche un intenzionale, rischioso confronto tra un ricercato candore espressivo della musica e il rigore concettuale, via via più profondo dei versi. Sì che in alcuni passi (Termine Fsso d’eterno consiglio… sì che ‘l suo Fattore non disdegnò di farsi sua fattura o più avanti Donna, se’ tanto grande e tanto vali… La tua benignità non pur soccorre…) la musica, o rigorosamente polifonica prima, o mossa, poi, da un rapido brivido di aietto, pur nobile e attenta come è, suona inadeguata a parole che conosciamo da sempre e di cui non sappiamo, né mai sapremo, [ssare i con[ni intellettuali. Eppure la musica ne tenta il signi[cato.

Musica nobile, ho detto, e di alta sobrietà claustrale, che non è possibile non ammirare per la sapienza del trattamento polifonico e per la coerenza espressiva: eppure anche ci sembra che per ammirarla al suo merito, ci serve non voler “capire” le parole. Il che per un compositore espressivo della forza di Verdi è un paradosso.

***

Vergine madre, figlia del tuo Figlio,
Umile ed alta più che creatura,
Termine fisso d’eterno consiglio,

Tu se’ colei che l’umana natura
Nobilitasti sì, che ‘l suo Fattore
Non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore
Per lo cui caldo nell’eterna pace
Così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridïana face
Di caritate, e giuso, intra i mortali,
Se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
Che qual vuol grazia ed a te non ricorre,
Sua disïanza vuol volar senz’ali.

La tua benignità non pur soccorre
A chi domanda, ma molte fïate
Liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
In te magnificenza, in te s’aduna
Quantunque in creatura è di bontate

Lascia un commento