Verdi nella musica sacra – Atto II

Testo: Jacopone da Todi (cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Jacopone_da_Todi)

Impostazione melodica: Sostenuto. Poco più animato. Meno animato. Un poco più animato

Organico: Coro misto, 3 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti. 4 fagotti, 4 corni, 3 trombe, 4 tromboni, timpani, grancassa, arpa ed archi
Composizione: 1897
Prima esecuzione: Parigi, Opéra, 7 aprile 1898

Edizione: Ricordi, Milano, 1898

Verdi non è stato un cattolico credente, né prima del Requiem (1874) né negli anni estremi (con intima pena della moglie, che nelle sue belle lettere parla più volte dell’agnosticismo di Verdi), ma il suo genio e la sua coscienza si chiedevano, certo, il significato dell’Uomo e del suo destino, entro i confini e di là da essi. Era, dunque, un austero spirito religioso senza misticismi, ma con un senso profondo dell’ignoto e del sacro, religioso, dunque, di religione umanistica, di cui la sua musica teatrale si era nutrita, e da cui sono nati il Requiem, le Laudi, l’Ave Maria, il Te Deum e l’estrema testimonianza dello Stabat Mater. È musica spirituale e drammatica (in qualche pagina è musica della sua migliore), in cui, come sempre in Verdi, l’invenzione sorge dalla potente immaginazione del “quadro” e dà vigoroso rilievo alla parola.

Nell’ottobre del 1897 il vecchio musicista (aveva già 84 anni) spedisce a Giulio Ricordi, che era in apprensiva attesa, due dei suoi Pezzi sacri, l’Ave Maria e il Te Deum e qualche giorno dopo le Laudi alla Vergine e lo Stabat Mater (a Ricordi: «Non ho mandato questi pezzi perché desideravo darvi un’ultima occhiata»). Dopo quattro anni, da Verdi musica nuova, o se non nuova, musica tenuta segreta dal grande vecchio! Le Laudi alla Vergine le aveva scritte nel 1886, dopo aver concluso l’Otello (il primo titolo delle Laudi era Preghiera del Paradiso), l’Ave Maria tre anni dopo, ilTe Deum nel 1896, lo Stabat nel 1897. In mezzo a questi lavori religiosi era nato Falstaff, andato in scena alla Scala il 9 febbraio 1893. Verdi aveva licenziato la mirabile partitura lasciando in essa un biglietto carico di malinconia (che Toscanini ritrovò venticinque anni dopo). Dunque, i due pezzi maggiori, Te Deum Stabat, consolarono la tristezza dell’estrema vecchiaia di Verdi e la solitudine.

Quando ascoltiamo l’ultima sua musica, ci sembra che Verdi alla fine della vita abbia cercato un sostegno ideale nelle grandi figure dell’intercessione, della mediazione, tra il dramma dell’esistenza umana e l’infinito mistero – nelle figure, dunque, della Madre e del Dio figlio che accetta la nostra morte; e che questo sia della musica il valore segreto, ma non possiamo essere certi che il fervido sentimento di riconoscenza per le figure sante gli abbia concesso la consolazione di guardare nel mistero, di là, come dicevo, dai nostri confini.

Il cantico Stabat Mater (cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Stabat_Mater) ha inizio con cinque accordi fermi e cupi (sol minore, ottoni, fagotti, archi), sui quali si leva il gemito del coro all’unisono, concorde espressione di pietà in tutti gli oranti davanti alle figure della Mater piangente e del Filius crocifisso e straziato. Tornerà a colpirci ancora l’effetto “popolare” del canto all’unisono.

Questo è l’avvio della meditazione sul dramma umano e sovrumano, sollecitata dalla stupenda poesia, nobile e plebea, di Jacopone da Todi, scabra, solenne, appassionata. Da qui l’ispirazione musicale procede, ora commossa ora agitata, e lega gruppi di strofe in libere congiunzioni, da una singola strofe a quattro, in rahgurazioni drammatiche o in meditazioni (come sentiremo nel Te Deum), dunque non per strofe singole, come era stata la tradizione nelle musiche del passato. Le transizioni da un “quadro” all’altro sono rapide, asciutte, talvolta rudi come in immagini arcaiche.

Una spada trafigge il cuore della Donna infelice, che ha generato l’Unico e che lo vede morire! Quale uomo non piangerebbe davanti a così grande dolore (Quae moerebat et dolebat… Quis non posset contristari): su un lamento degli archi le voci dei baritoni, accompagnati dai fagotti, intonano una semplice melodia carica di compatimento, in una poetica imitazione dei canti di processione. La visione si oscura nell’attimo della morte di Cristo (Vidit suum dulcem natum… dum emisit spiritum), le parole si frantumano e si perdono in un atterrito stupore. E la supplica alla Madre di poter condividere con lei lo strazio del Figlio si trasforma in un breve grido di esasperazione (Crucifixi fìge plagas cordi meo valide), ma passa subito all’intenerita pietà (Tui Nati vulnerati… poenas mecum divide), espressa dai soprani, quindi dal coro intero. È un cantabile inconfondibilmente “verdiano”, che è un’altra eco trasfigurata di memorie di semplici liturgie, di cortei, di voci incerte di una folla: ed è forse la pagina più commovente di questo “teatrale” Stabat. Lo slancio della pietas si accende nell’ebbrezza del dolore (Fac ut portem Christi mortem… fac me plagis vulnerari, fac me Cruce inebriari, anche nel canto spicca l’ossessione esaltata dell’invocazione, fac, fac…).

Con due scarti impressionanti, da mistico visionario, Jacopone passa dalla passione del martirio al terrore della pena eterna, quindi, volgendosi direttamente a Cristo, chiede la gloria del Paradiso (Christe… quando corpus morietur, fac ut animae donetur Paradisi gloria). Nella musica lo scontro dei sentimenti (dolore, paura, fiducia) si fa forte di una concisione teatrale (esclamazioni gridate, invocazioni sussurrate, appelli del giudizio finale), e si innalza molto nella luce della speranza – ma, come sempre in Verdi (nel Requiem, nel Te Deum), la luce si attenua e si sperde nel dubbio e nell’angoscia. Un Amen sanno appena pronunciare le voci, ancora all’unisono e in pianissimo ed in pianissimo risponde il suono fosco dell’orchestra, di magni[co colore, ripetendo il gemito con cui il coro aveva iniziato il cantico.

LATINO

  1. Stabat mater dolorosa iuxta crucem lacrimosa, dum pendebat filius; cuius animam gementem, costernatam et dolentem pertransivit gladius.
  2. O quam tristis et afflicta fuit illa benedicta mater Ungeniti! Quae maerebat – et dolebat, et tremebat – dum videbat nati poenas incliti.

  3. Quis est homo qui non fleret, matrem Christi si videret in tanto supplicio? Quis non posset contristari piam matrem contemplari dolentem cum filio?

  4. Pro peccatis suae gentis vidit Iesum in tormentis et flagellis subditum; vidit suum dulcem natum morientem, desolatum, dum emisit spiritum.
     
  5. Eia, mater, fons amoris, me sentire vim doloris fac, ut tecum lugeam; fac ut ardeat cor meum in amando Christum Deum, ut sibi complaceam.
     
  6. Sancta mater, istud agas: Crucifixi fige plaga scordi meo valide. Tui nati – vulnerati, iam dignati – pro me pati, poenas pro me divide. 

  7. Fac me tecum semper flere, Crucifixo condolere, donec ego vixero. Iuxta crucem tecum stare, te libenter sociare cum planctu desidero. 

  8. Virgo virginum praeclara, mihi iam non sis avara: fac me tecum plangere. Fac ut portem – Christi mortem, passionis eius sortem, has plagas recolere. 

  9. Fac me plagis vulnerari, cruce hac inebriari in amore filii. Inflammatus et accensus, per te virgo, sim defensus in die iudicii. 

  10. Fac me cruce custodiri, morte Christi praemuniri, confoveri gratia. Quando corpus morietur, fac ut animae donetur paradisi gloria.

ITALIANO

  1. La dolorosa madre sostava in lacrime presso la croce mentre vi era appeso il figlio; lei, la cui anima, lamentosa, costernata e dolente, aveva trapassata una spada.
  2. Oh quanta tristezza e afflizione ebbe quella benedetta madre dell’Unigenito! La quale era mesta e soffriva e tremava vedendo le pene dell’illustre figlio. 
  3. Chi non piangerebbe nel vedere la madre di Cristo a così gran supplizio? Chi potrebbe non aver compassione a scorgere la pia madre partecipe del dolore del figlio? 
  4. Ella vide Gesù, per i peccati della sua stirpe, tormentato e sottoposto a ogni flagello; vide il suo dolce portato morente distrutto, quando esalò l’ultimo respiro.
  5. Sù, madre, fontana di amore, fammi provare la violenza del dolore, ché pianga con te; fa’ che il mio cuore bruci nell’amare Cristo Dio, così che io gli piaccia. 
  6. Madre santa, fa’ così: stampa robustamente nel mio cuore le piaghe del Crocifisso. Condividi per me le pene del ferito tuo figlio, che per me già ebbe a degnarsi di patire. 
  7. Fammi sempre versare lacrime con te, assimilarmi nel dolore al Crocifisso, finchè vivrò. Desidero sostare con te presso la croce, farmiti con trasporto compagno di lamento.
  8. Vergine insigne su tutte le vergini, per l’avvenire non essermi avara: fammi piangere con te. Fa’ che io porti la morte di Cristo, fammi rammemorare la sorte della sua passione e queste piaghe. 
  9. Fammi ferire delle sue piaghe, inebriare di questa croce nell’amore di tuo figlio. Ardente e acceso, sia io difeso da te, Vergine, il giorno del giudizio. 
  10. Fammi proteggere dalla croce, difendere dalla morte di Cristo, ristorare dalla sua grazia. Fa’ che, quando morirà la carne, all’anima sia donata la gloria del paradiso.

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