Verdi nella musica sacra – Atto I

Musica: Giuseppe Verdi (1813 – 1901)

Ave Maria

Sopra una scala enigmatica, per coro a cappella

Testo: liturgico rivisto da Arrigo Boito

Andamento: Moderato cantabile

Organico: Coro misto senza accompagnamento

Composizione: 1889
Edizione: Ricordi, Milano, 1898

Verdi non è stato certo un cattolico credente, né prima della Messa da Requiem (1874) né negli anni estremi (con intima pena della moglie, che nelle sue belle lettere parla più volte dell’agnosticismo di Verdi), ma il suo genio e la sua coscienza si chiedevano, certo, il significato dell’uomo e del suo destino, entro i confini e di là da essi. Era, dunque, un austero spirito religioso senza misticismi, ma con un senso profondo dell’ignoto e del sacro, religioso, dunque, di religione umanistica, di cui la sua musica teatrale si era nutrita, e da cui sono nati il Requiem, le Laudi, l’Ave Maria, il Te Deum e l’estrema testimonianza dello Stabat Mater.

È musica spirituale e drammatica (in qualche pagina è musica paragonabile alla sua migliore produzione operistica), in cui, come sempre in Verdi, l’invenzione sorge dalla potente immaginazione del “quadro” e dà vigoroso rilievo alla parola.

Nell’ottobre del 1897 il vecchio musicista (aveva 84 anni) spedisce a Giulio Ricordi, che era in apprensiva attesa, due dei suoi Pezzi sacri, l’Ave Maria e il Te Deum e qualche giorno dopo le Laudi alla Vergine e lo Stabat Mater (a Ricordi: «Non ho mandato questi pezzi perché desideravo darvi un’ultima occhiata»). Dopo quattro anni, da Verdi musica nuova, o se non nuova, musica tenuta segreta dal grande vecchio! Le Laudi alla Vergine le aveva scritte nel 1886, dopo aver concluso l’Otello (il primo titolo delle Laudi era Preghiera del Paradiso), l’Ave Maria tre anni dopo, ilTe Deum nel 1896, lo Stabat nel 1897. In mezzo a questi lavori religiosi era nato Falstaff, andato in scena alla Scala il 9 febbraio 1893. Verdi aveva licenziato la mirabile partitura lasciando in essa un biglietto carico di malinconia (che Toscanini ritrovò venticinque anni dopo). Dunque, i due pezzi maggiori, Te Deum Stabat, consolarono la tristezza dell’estrema vecchiaia di Verdi e la solitudine.

Quando ascoltiamo l’ultima sua musica, ci sembra che Verdi alla fine della vita abbia cercato un sostegno ideale nelle grandi figure dell’intercessione, della mediazione, tra il dramma dell’esistenza umana e l’infinito mistero – nelle figure, dunque, della Madre e del Dio figlio che accetta la nostra morte; e che questo sia della musica il valore segreto. Ma non possiamo essere certi che il fervido sentimento di riconoscenza per le figure sante gli abbia concesso la consolazione di guardare nel mistero, di là, come dicevo, dai nostri confini.

Il 7 aprile del 1898 tre dei Pezzi sacri (non l’Ave Maria) furono eseguiti per la prima volta all’Opera di Parigi, il 26 maggio Toscanini diresse a Torino l’esecuzione italiana1, e l’anno dopo, il 16 aprile 1899, li diresse alla Scala.

Ave Maria

su scala enigmatica, a quattro voci miste

Verdi aveva incontrato la “scala enigmatica” nel 1888 e se ne era incuriosito. In un primo momento aveva armonizzato la scala, quasi per un esercizio, solo con la successione degli accordi fondamentali sul “basso obbligato”. Ma poi scrisse a Boito che dall’esercizio di armonizzazione si poteva forse trarre «un pezzo con parole, per es. un’Ave Maria»: lo fece, e vinse la diffcile sfida. In verità Verdi ostentò, da subito, un certo scetticismo sul suo strano lavoro («In questi ultimi tempi, ho sovrapposto alcune note ad un basso sgangherato, che trovai sulla Gazzetta musicale. È cosa da non parlarne».) e, come si è visto, escluse l’Ave Maria dalla prima esecuzione dei Pezzi sacri a Parigi. Da allora il giudizio comune sul brano è sempre rimasto tiepido, contenendo al più un dovuto riconoscimento alla sapienza della tecnica armonica. Ma ad ascoltar bene (e a leggere bene la partitura) il brevissimo brano (che dura cinque minuti) merita attenzione e ammirazione maggiori.

Non sono state accortezza e scienza da poco dare un andamento naturale a una polifonia di quattro voci costruita su una scala che di sette note ne contiene quattro “alterate”. Eppure è ammirevole la fluidità delle modulazioni da un accordo all’altro in aree tonali anche lontane, con una somma abilità delle transizioni e delle sfumature.

Dall’inizio alla fine una delicata e calma poesia di preghiera, quasi sussurrata, si diffonde nelle quattro parti dell’Ave, con un prudente “crescendo” espressivo, ma subito attenuato, dalla sesta all’ottava battuta in tre delle parti, mentre la quarta deve essere cantata “estremamente piano”: e si conclude quasi nel silenzio con una larga cadenza in do maggiore.

Nelle prime due parti la scala, in do, è affidata al basso, quindi al contralto, nella terza, in fa, al tenore, quindi al soprano, che ripete dolcemente solo Ave Maria, Ave, Ave Maria.

👉🏻 🎧 https://youtu.be/_85J83me9U8?si=PX1ghwsDxrI6RdU2

Esecuzione completa di tutti i quattro pezzi sacri composti dal compositore di Busseto.

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