Movimenti:
- Allegro (re maggiore)
- … (re maggiore)
- Allegro (re maggiore)
Organico: flauto traverso, archi e basso continuo
Composizione: 1729
Edizione: Michel-Charles Le Cène, Amsterdam, 1729
Rielaborazione del Concerto per più strumenti e basso continuo RV9
Fecondissimo in tutti i campi musicali, il prete-compositore Antonio Vivaldi godette nel Settecento di un’immensa popolarità, soprattutto per la sua attività di compositore strumentale. Si sa infatti che i suoi melodrammi, oggi valutati e studiati sotto una luce diversa, incontrarono giudizi sfavorevoli presso i contemporanei, in primis da parte di Goldoni, Benedetto Marcello e Tartini, secondo il quale “un compositore del genere strumentale non deve mai trattare il vocale operistico per non tradire il suo talento“. È ormai pacifico per tutti che Vivaldi operista era un uomo della sua epoca, che segnava il passo e non era un precursore quanto Vivaldi strumentalista, che seppe esprimere senza riserve il suo temperamento appassionato, ardente e irrequieto attraverso quegli Allegri vivaci e solari e quegli Adagi intimamente suggestivi che conquistarono tutta l’Europa e suscitarono l’entusiasmo di Bach, che, come è noto, trascrisse diversi concerti del «prete rosso», a cominciare da quelli dall’op. III pubblicati ad Amsterdam con il titolo di «Estro armonico». Senza contare poi l’ammirazione per Vivaldi del famoso flautista di Federico il Grande, Johann Joachim Quantz che, avendo letto per la prima volta nel 1714 a Pirna, in Sassonia, alcuni concerti violinistici del veneziano, espresse la sua meraviglia «per la nuovissima maniera di composizione» e per gli splendidi ritornelli in essi contenuti.

Del resto, a dimostrazione della favorevole risonanza suscitata dalla sua opera va ricordato che, quando Vivaldi era ancora vivo, furono stampati ben settantotto concerti e trente sonate scelte tra la sua immensa produzione. Tale «summa» comprende molte pagine significative del maestro di violino delle fanciulle del Seminario musicale funzionante nell’Ospitale della Pietà, che era una specie di Conservatorio nella Venezia dei primi anni del Settecento.
Il Concerto per flauto, archi e basso continuo, detto «Il Cardellino», o meglio «Il Gardellino» dallo stesso Vivaldi, fa parte assieme a «La Tempesta, di mare» e «La Notte», della serie dei sei concerti per flauto op. X pubblicata ad Amsterdam nel 1728. Appartiene quindi molto probabilmente ad un periodo relativamente tardo della produzione dell’artista. Infatti non solo la struttura formale di questo concerto appare estremamente semplice, ma lo stesso materiale tematico, nella sua quasi astratta schematicità, si muove ai confini di un vero e proprio manierismo vivaldiano. L’inventiva melodica di Vivaldi, altrove assai ricca ed evidente, sembra qui isterilirsi o meglio castigarsi in brevi formule che vengono piuttosto ripetute che sviluppate. Così il tema del «tutti» nel primo tempo si riduce alla quadruplice iterazione (immediatamente ripetuta) di un motivo a sua volta costituito da due ripercussioni di una medesima cellula fondamentale. L’apparente povertà di questo singolare discorso musicale ha la precisa funzione di concentrare tutto l’interesse dell’ascoltatore sull’elemento più importante di questa composizione (e, in genere, della maggior parte dei concerti di Vivaldi): l’invenzione sonora. Meravigliose infatti come sempre sono le strutture particolari degli episodi che collegano i vari ritorni del «tutti», sia che esse siano realizzate in forma cadenzale dal flauto solo (come nel primo episodio), sia che si presentino come un dialogo tra il flauto e una o più sezioni di archi. Queste strutture si basano su un abilissimo sfruttamento dei rapporti armonici tra le note formanti gli accordi perfetti, ottenuto alternando su di esse vari timbri, vari modi di attacco e vari abbellimenti. Da questo punto di vista si può parlare di una vera e propria attualità del linguaggio vivaldiano (si pensi alla Klangjarbenmelodie di certo Schönberg e di Webern), per altro verso assai legato al suo tempo, e meglio si comprende il diffuso interesse alla sua «riscoperta». Quanto al sottotitolo del concerto, sarà quasi inutile far rilevare le intenzioni francamente descrittive di Vivaldi, a cui le deliziose fioriture del flauto furono certamente suggerite dalla voce di un cardellino e non dalla voce del «sentimento del cardellino».
Buon ascolto https://youtu.be/0uwr–MXX6I (I Solisti Veneti – Claudio Scimone – James Galway)
