Movimenti
- Adagio sostenuto
- Allegretto (re bemolle maggiore)
- Presto agitato
Composizione: 1801
Edizione: Cappi, Vienna 1802
Dedica: Contessa Giulietta Guicciardi

Nel 1802, a Vienna, Beethoven dà alle stampe cinque nuove Sonate per pianoforte: le opere 22, 26, 27 n. 1 e 2 e 28. Mentre la prima e l’ultima si strutturano ancora secondo gli schemi formali tradizionali, le altre Sonate se ne affrancano, manifestando una ricerca di novità, che si fa addirittura esplicita nel titolo delle due dell’op. 27: «Sonata quasi una fantasia». Se ancora l’op. 27 n. 1 in mi bemolle maggiore coniuga l’eccezionale frantumazione agogica con un geniale ripensamento del passato, recuperando nella moderna dimensione pianistica anche certi tratti stilistici e persino tecnici che erano stati del clavicembalo e del clavicordo, la Sonata in do diesis minore op. 27 n. 2 «Chiaro di luna», nella inconsueta disposizione dei suoi movimenti, celebra invece il pianoforte – ha scritto nel 1802 la Allgemeine Musikalische Zeitung – «in ciò ch’esso ha di eccellente e di suo particolare». E in effetti non solo la Sonata inizia con un Adagio sostenuto, ma si apre con una indicazione rivelatrice del modo nuovo di pensare il suono del pianoforte. Quando Beethoven scrive «si deve suonare tutto questo pezzo delicatissimamente e senza sordino», non dice semplicemente che il pezzo va suonato facendo uso del pedale di risonanza, ma anche che l’uso del pedale deve combinarsi con un certo modo di “attaccare” il tasto. La scelta, rarissima in Beethoven, della tonalità di do diesis minore, la posizione manuale eterodossa (pollice e mignolo sui tasti neri), la stessa particolare disposizione delle idee musicali che favorisce il rafforzamento di certe risonanze armoniche interne e la felicissima invenzione melodica condotta secondo libere asimmetrie, ancora una volta assai rare in Beethoven, fanno del Chiaro di luna un’opera di tale novità da giustificarne l’enorme fortuna presso il pubblico e da spiegarne, in ragione della eccezionaiità della concezione, la sua deformazione postuma in chiave di estenuato sentimentalismo. Del primo movimento della Sonata e della sua peculiare sonorità pianistica, il compositore Hector Berlioz fa cenno in un articolo del 1837 poi raccolto in A travers chants: «La mano sinistra dispiega dolcemente larghi accordi di un carattere solennemente triste, la cui durata consente alle vibrazioni del pianoforte di spegnersi gradualmente su ognuno di loro; sopra, le dita inferiori della mano destra eseguono un disegno arpeggiato di accompagnamento ostinato la cui forma quasi non muta dalla prima all’ultima battuta, mentre le altre dita fanno sentire una specie di lamento, efflorescenza melodica di questa oscura armonia». Il gentile ritmo ternario dell’Adagio trova il suo naturale respiro cantabile all’interno d’una semplice forma tripartita, A – B – A’, in cui la sezione centrale, variando il movimento delle terzine di crome dell’accompagnamento, suona come un delicato svolgimento modulante della sezione principale. La ripresa del tema avviene all’insegna di impercettibili mutamenti di luce e di una lieve intensificazione dell’espressione, mentre la breve coda conclusiva insiste sull’inciso iniziale della melodia eseguito al basso a guisa di un pedale da cui si stacca e su cui ricade per due volte il movimento delle terzine, così come si era ascoltato nell’episodio centrale.
Definito una volta da Franz Liszt «un fiore fra due abissi», l’Allegretto in re bemolle maggiore ha le dimensioni e il carattere espressivo rasserenato di un intermezzo che, con la grazia danzante del suo tema e la simmetria della forma, sembra rievocare certo stile galante del Settecento.
Sulla fragilità crepuscolare dell’Allegretto sì abbatte invece con inaudita violenza l’impetuoso dilagare del Presto agitato conclusivo, in cui quanto di represso era nei tempi precedenti, e nell’Adagio sostenuto in ispecie, sembra erompere con un empito di rabbiosa energia. Costruito in forma-sonata, il Presto agitato si basa su due temi di carattere fra loro contrastante. Al primo tema in do diesis minore – un energico arpeggio che sale fino a schiantarsi su un accordo violentemente ribattuto – segue (sempre in modo minore) un secondo tema dal profilo ansiosamente incalzante. Tre codette portano dapprima alla ripetizione letterale dell’Esposizione, quindi allo Sviluppo, nel quale entrambi i temi vengono ripresentati e opportunamente trasfigurati. Nella Ripresa Beethoven, fra il prolungamento del primo tema e la ripresa del secondo, omette la ripetizione del ponte modulante, sortendo l’effetto, invero mirabile, di avvicinare, fino a toccarsi, i principi opposti d’opposizione e di implorazione di cui i due temi sono espressione. Necessità retorica vuole quindi che le tre codette conducano alla sua naturale conclusione il discorso musicale. Conclusione che Beethoven però allontana con una coda estremamente audace in cui, all’ennesima violenta ripercussione dell’accordo del primo tema, la stessa materia musicale sembra frantumarsi in una impressionante serie di accordi arpeggiati di settima diminuita. La ripresa del secondo tema ha un effetto straniante e rinvia ulteriormente la conclusione del movimento. Una nuova serie di arpeggi e una scala cromatica aventi carattere di cadenza approdano a due battute con l’indicazione «Adagio», in cui il precipitoso moto del finale sembra arrestarsi, per quindi finalmente dar luogo all’ultima, impetuosa volata del tema principale, che la Sonata conclude con la perentoria violenza del suo accordo ribattuto.
Qui il brano in un’esecuzione realizzata in un luogo particolare
Concerto offerto, in onore del Santo Padre Benedetto XVI in Aula Paolo VI “Sala Nervi” Sabato 17 ottobre 2009 Interprete solista Jin Ju 👉🏻 https://youtu.be/ULwDIQhrj6Q
Buon San Valentino con queste mirabili ed emozionanti note.
