Johann Sebastian Bach e i Suoi Concerti di Brandeburgo (II Parte 4-6)

Eccoci alla seconda e conclusiva parte dell’analisi di questo compendio compositivo e strumentale del sommo Johann Sebastian Bach…..Addentriamoci in questo mare magnum musicale con complice ed attivo trasporto lasciandoci ad un ascolto coinvolgente!!!

Concerto brandeburghese n. 4 in sol maggiore BWV1049

Movimenti:

  1. Allegro
  2. Andante (mi minore)
  3.  Presto 

Organico: violino principale, 2 flauti a becco, 2 violini, viola, violoncello, violone, continuo 

Composizione: 1719 – 1720

Edizione: Peters, Lispia, 1850

Il Quarto Concerto Brandeburghese, secondo il quadro cronologico proposto da Heinrich Besseler, risale al 1719 ed è il penultimo della serie in ordine di tempo prima del Quinto. Al ripieno orchestrale Bach contrappone un concertino formato da un violino, al quale sono affidati impegnativi interventi solistici che a stento si ritrovano nei suoi concerti per questo strumento, e due flauti con funzioni prettamente concertanti. In vero, il termine esatto usato da Bach per quest’ultimi, Flauti d’Echo, è assai insolito e non è stato adoperato da nessun altro compositore: l’espressione indicherebbe o una coppia di flauti dolci, così denominati in seguito ai frequenti passaggi “in eco” presenti nelle loro parti; oppure, più probabilmente, due flageolets, piccoli flauti a becco intonati un’ottava sopra, i quali – tra l’altro – avevano suscitato l’interesse del margravio. 

Il Concerto, rielaborato successivamente a Lipsia per clavicembalo, due flauti, archi e continuo (BWV 1057), si apre con un Allegro insolitamente esteso – 427 misure – ma simmetricamente costruito su una struttura formale concentrica del tipo A-B-C-B’-A. Nell’ampio ed articolato ritornello iniziale (A), ripetuto testualmente a conclusione del movimento, il materiale tematico è esposto principalmente dagli strumenti solisti, mentre l’orchestra si limita ora a scandire le battute con semplici accordi, ora ad unirsi al concertino rafforzandone la sonorità. Nelle sezioni successive (B e B’) aumenta il ruolo solistico del violino, culminante nell’esteso passaggio di biscrome (C) posto al centro del brano, quasi che il vertice dell’impegno virtuosistico coincidesse con quello formale in un’immaginaria struttura a piramide. Le solide geometrie sulle quali si basa l’intero movimento si stemperano però nella morbidezza sonora della coppia di flauti e nel carattere disteso ed avvolgente dell’invenzione tematica, sottolineato dalla giocosità di un ritmo ternario piuttosto insolito per il primo tempo di un concerto. 

L’Andante (mi minore) è l’unico movimento lento fra tutti i Brandeburghesi a non prevedere una riduzione dell’organico strumentale: i solisti – qui usati come gruppo unitario – e il ripieno dialogano tra loro o si sovrappongono secondo i modi tipici del concerto grosso nell’elaborazione di un nucleo motivico di sospirate crome legate a due a due, in un fascinoso gioco di effetti d’eco e di contrasti del piano dinamico. La coralità dell’insieme strumentale si interrompe solo in un paio d’occasioni, per dare spazio a due espressivi interventi solistici del primo flauto, a metà circa del brano e poco prima della cadenza conclusiva frigia alla dominante maggiore (si). 

Nel Finale (Presto), così come nel Secondo Brandeburghese, i principi dello stile fugato si uniscono a quelli concertanti, sebbene in questo caso la condotta delle voci risulti essere più tesa ed articolata. Le entrate a canone del tema, il cui incipit riecheggia quello del Brandeburghese n. 2, sono proposte dal Tutti lungo un arco modulante che dal tono d’impianto (sol) tocca il relativo minore (mi) e la sottodominante (do). Gli interventi dei solisti si pongono a metà strada tra il divertimento contrappuntistico e l’intermezzo concertante, e ancora una volta affidano al violino l’episodio di maggior impegno virtuosistico, consistente in accordi spezzati, agili volatine di semicrome e tremoli vigorosi. In questo movimento, il Tutti collabora “da protagonista” allo sviluppo dell’eloquio musicale ed acquisisce così un peso maggiore rispetto al semplice ruolo di accompagnamento svolto nel primo tempo, seguendo un percorso inverso a quello del Secondo Brandeburghese, dove i soli, meno visibili in apertura del concerto, si impongono più decisamente all’orchestra soltanto nel finale. Si ristabilisce così un più proporzionato rapporto dinamico tra solisti e ripieno che contribuisce ad arricchire quel sofisticato e delicato complesso di equilibri sul quale è complessivamente costruita, pur nell’individualità dei singoli concerti, l’intera raccolta dei Brandeburghesi.

Concerto brandeburghese n. 5 in re maggiore BWV1050

Movimenti:

1. Allegro

2. Affettuoso (si minore) 

3. Allegro 

Organico: flauto traverso, 2 violini, viola, violoncello, violone, clavicembalo Composizione: 1720 – 1721

Edizione: Peters, Lipsia, 1850


Le novità storiche più importanti della serie dei Concerti Brandeburghesi provengono dal Concerto n. 5 in re maggiore BWV 1050, che integra all’interno di una struttura da concerto grosso una parte solistica preponderante, scritta per uno strumento che attorno al 1720 non aveva status solistico: il clavicembalo. Un numero di copie manoscritte superiore alla somma degli altri Brandeburghesi testimonia la grande popolarità di questo concerto, dovuta sia alla scrittura innovativa per il cembalo e per un flauto traverso ancora poco sfruttato, sia all’originale e audace concezione del concerto, sia naturalmente alla sua bellezza luminosa. 

La sonorità brillante dell’orchestra d’archi apre l’Allegro con una energica frase in re maggiore degli archi, alla quale risponde un dialogo in imitazione tra flauto e violino solo con un tema di assoluta semplicità, al quale si contrappone una parte fiorita del clavicembalo, destinata a riproporsi nei punti chiave del movimento. I numerosi ed estesi episodi solistici offrono a Bach l’occasione per un proliferare di figurazioni ritmiche sempre rinnovato, combinazioni dinamiche diverse e ricchi percorsi armonici. La sorpresa imprevedibile è però lo svilupparsi di un vasto assolo del cembalo (65 battute: quasi un quarto di un movimento già di per sé considerevole), che trascende la funzione di cadenza per rivelarsi piuttosto un capriccio virtuosistico, tematicamente derivato dall’Allegro che lo ospita e concluso nei liberi modi di una toccata. Si riconosce qui il compositore che l’anno successivo al manoscritto dei Brandeburghesi avrebbe ultimato l’autografo del Clavicembalo ben temperato, volume I. 

Il contrastante Affettuoso in si minore, riservato al flauto traverso, al violino solo ed al clavicembalo, presenta una trama cameristica da sonata a tre dal pathos delicato, in un regolare alternarsi di sonorità forte e piano che esaltano l’architettura formale. 

Sono sempre i tre strumenti solisti (flauto traverso, violino solo e clavicembalo) ad aprire l’Allegro finale, un tempo di danza veloce (una giga) concepito tuttavia in termini contrappuntistici, sfruttando una pervasiva figura di terzina. Il soggetto viene poi ripreso dall’orchestra a cominciare dalle viole, prima di passare alla seconda parte con funzione di sviluppo. Dopo una parentesi in cui il tema viene trattato dal clavicembalo solo ed una ripresa di tutta l’orchestra, la grandiosa struttura ternaria dell’Allegro si chiude con la ripetizione esatta di 78 delle sue 310 battute complessive. 

Concerto brandeburghese n. 6 in si bemolle maggiore BWV1051

Movimenti:

1. …

2. Adagio ma non tanto (mi bemolle maggiore) 

3. Allegro 

Organico: 2 viole da braccio, 2 viole da gamba, violoncello, violone, clavicembalo Composizione: 1718

Edizione: Peters, Lispia, 1850

Ultimo della serie, ma primo in ordine di composizione (1718), il sesto Concerto è, come il terzo, un Concerto per soli archi. La novità è che, mancando i violini, gli strumenti di suono medio e grave (due viole da braccio, due viole da gamba, violoncello, violone e cembalo) creano una sonorità inconfondibilmente scura e brunita. Lo spazio dato alla funzione solistica e concertante delle viole – strumenti di ripieno nella prima metà del Settecento – è anche un elemento nuovo e importante. 

Formalmente il Concerto è, fra i sei, quello più vicino alla struttura del concerto grosso, con il concertino – vale a dire il gruppo di solisti che si contrappone al Tutti – formato generalmente dalle due viole e dal violoncello. La fantasia di Bach non si accontenta comunque di definire un gruppo stabile di solisti ma di volta in volta lo allarga o lo restringe con grande libertà. 

In tutto simile al contesto sonoro della Sonata a tre è l’Adagio ma non troppo centrale, in cui il tema austero ed espressivo viene sottoposto ad una fitta rete di imitazioni fra le due viole soliste. 

A chiusura del Concerto Bach pone un Allegro sul ritmo rilassato e gioioso di 12/8 la cui ripetizione nei ritornelli del Tutti è spezzata e variata da una serie di episodi virtuosistici e imitativi 

Concludendo a differenza dei Concerti di Corelli, Vivaldi e dello stesso Händel, che conobbero una vasta diffusione europea tramite la stampa, i Concerti di Bach, primi fra tutti i Brandeburghesi, dovettero aspettare più di un secolo per essere conosciuti e ammirati. Pubblicati solo nel 1850 sull’onda della Bach-Renaissance i sei Concerti furono chiamati Brandeburghesi dal grande studioso di Bach Philipp Spitta. Se, come risulta probabile, lo stesso margravio di Brandeburgo, dedicatario dell’opera, non fece eseguire nel suo palazzo di Berlino i sei Concerti, ne risulta che le uniche esecuzioni di tali capolavori avvennero nella piccola corte di Köthen “Collegium Musicus” presso la quale Bach fu Kapellmeister fra il 1717 e il 1723. 

Amatissimi e popolarissimi oggi, i Brandeburghesi vengono considerati il punto culminante della barocca “arte del concerto”, fusione mirabile di tre diverse tipologie – il concerto policorale, il concerto grosso e il concerto solistico – succedutesi nel corso di circa due secoli. 

SDG …..Soli Deo Gloria come soleva chiudere ogni composizione in calce allo spartito completato il nostro Giovanni Sebastiano

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