Buon Ferragosto!
Oggi sarà la musica travolgente di questa sinfonia mozartiana ad accompagnarci…..
Sinfonia n. 41 in do maggiore KV551
“Jupiter
Movimenti:
Allegro vivace (do maggiore)
Andante cantabile (fa maggiore)
Minuetto e trio. Allegretto (do maggiore)
Molto Allegro (do maggiore)
Organico: flauto, 2 oboi, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani, archi
Composizione: Vienna, 10 agosto 1788
Edizione: André, Vienna, 1793 (parti); Cianchettini & Sperati, Londra 1800 ca. (partitura)
Autografo: Staatsbibliothek Berlin
Mozart compose le sue tre ultime Sinfonie (cfr. in mi bemolle maggiore KV543, in sol minore KV550 e in do maggiore KV551) in tre soli mesi, tra la fine di giugno e il 10 agosto 1788.
La ripresa in maggio del Don Giovanni a Vienna, dopo il trionfo della prima a Praga, non aveva purtroppo sortito il successo sperato e la situazione finanziaria del musicista si era fatta preoccupante. Ne fanno fede, amaramente, le incalzanti richieste di denaro rivolte all’amico e compagno di loggia massonica Michael Puchberg, e la conseguente necessità di cambiare alloggio, spostandosi dal pieno centro di Vienna alla meno costosa periferia.
Il 27 giugno la morte ad appena sei mesi di età della figlioletta Theresia pesò ulteriormente su equilibri psichici e familiari già precari. Tutto ciò concorre a fare di quell’estate del 1788 uno dei periodi più infelici della vita di Mozart. La liberazione avvenne ancora una volta col lavoro creativo, come in una lotta incessante tra l’ombra e la luce.
Al culmine della triade dell’88, e quasi a suggello luminoso di tutto il sinfonismo mozartiano, la Jupiter celebra il trionfo di un magistero tecnico ed espressivo tanto spontaneamente esibito quanto pazientemente e costantemente costruito sul confronto con i grandi modelli del presente (Franz Joseph Haydn) e del passato (il contrappunto bachiano e haendeliano).
Dopo la scelta di un organico più raccolto per la Sinfonia in sol minore, Mozart ritorna al fasto timbrico di quella in mi bemolle (cfr. composta in onore del pubblico praghese), con trombe e timpani, ma senza gli amati clarinetti. Una tavolozza timbrica tesa a valorizzare il carattere vittoriosamente affermativo di un lavoro che, con la lucentezza abbagliante delle sue astratte geometrie formali, si allontana non solo dalla robusta opulenza della Sinfonia KV543, ma anche dal cupo patetismo della Sinfonia in sol minore KV550.
La Sinfonia KV551, nella sua maestà solare intonata a olimpica grandezza (da cui il nome di Giove, probabilmente attribuitole dall’impresario londinese Johann Peter Salomon, l’alfiere di Haydn nella capitale anglossassone), coniuga la solidità comunicativa di un do maggiore dimostrativamente epico e monumentale con la sottigliezza a tratti perfino inquietante della costante ricerca contrappuntistica: come a voler mettere alla prova la coscienza in una conquista professionale perseguita e goduta in orgogliosa solitudine con la sfida a un altro da sé, di natura tanto rigorosamente impegnata quanto libera, leggera e ironicamente ambigua.
La Jupiter è una sorta di apoteosi della forma sonata, estesa eccezionalmente a ciascuno dei quattro movimenti, e tuttavia rivitalizzata da un così organico uso del contrappunto da conquistare nuovi spazi espressivi, arcate e tessiture sinfoniche fino ad allora mai provate o ricercate.
Nell’esposizione del primo movimento, Allegro vivace in do maggiore e senza introduzione, la geometria sonatistica, benché disegnata sulla trama abituale dei due temi, tende ad allargarsi nella complessità di profondi contrasti psicologici. Prima ancora che venga presentata la seconda idea tematica, gli elementi del primo tema entrano a far parte di un capillare processo di elaborazione, dilatatosi in un’ampia transizione di ben cinquantacinque misure. Una pausa teatrale separa questa sezione dall’atmosfera del secondo tema, che dall’iniziale grazia quasi affettuosa precipita fuggevolmente in un tono tragico e pensoso. Prima di chiudere la parte espositiva Mozart introduce un terzo tema nella coda, ancora isolato da una pausa d’effetto. L’altra metà dello sviluppo si richiama invece imperiosamente al tema principale d’esordio, introdotto da una falsa ripresa del tono della sottodominante. La vera ripresa alla tonica si presenta ulteriormente ampliata e arricchita nella strumentazione.
Anche nell’Andante cantabile in fa maggiore è rinvenibile una struttura sonatistica basata sull’opposizione di una serena melodia enunciata dai violini e dalle viole con sordina con una seconda idea in do minore di carattere agitato e drammatico. Un terzo tema di fluente effusione melodica riporta di nuovo nel modo maggiore; ma sarà la seconda idea tematica in do minore, con le sue affannose sincopi e le increspature delle coppie di biscrome, a dominare interamente lo sviluppo. La ripresa è variata e viene preparata dalla riapparizione del terzo tema con funzione cadenzante, per lasciare spazio alla melodia iniziale solo nella coda, in un sottile gioco di incastri e di ricreazioni del materiale espositivo.
Anche la forma binaria del Minuetto è dilatata dalle dimensioni che vi assume la seconda parte, impreziosita da un sinuoso disegno cromatico discendente, in contrappunto con se stesso, che dà inopinatamente origine a una sezione di sviluppo di stampo sonatistico. Ricollegandosi a questa figura, le prime quattro note della sezione mediana del Trio anticipano il tema-soggetto, quasi “motto”, con cui si apre, sottovoce e in tono di mistero, il Finale, Molto allegro. Per quanto Mozart avesse già utilizzato questo incipit in almeno una decina di composizioni precedenti, a cominciare dall’Andante della sua prima Sinfonia KV16, esso si presenta ora come una emblematica sintesi del pensiero sonatistico e di quello della fuga, quasi a creare un innesto del monotemarismo contrappuntistico barocco nei principi dialettici del linguaggio classico.
Cinque idee tematiche (tre appartenenti al primo tema, due riservate al secondo) si succedono nella imponente esposizione, rivelando nessi intimi e strette parentele. Dopo il ritornello, un breve sviluppo fugato combina ed elabora materiale proveniente dalla prima sezione tematica. Ma questo processo non si esaurisce nello sviluppo, prolungandosi direttamente nella ripresa, dove raggiunge punte di tensione armonica sorprendenti e quasi estreme. Infine tutti e cinque gli incisi tematici ricorrono nel grandioso edificio polifonico della famosa coda: essa si distende ancora per quasi cento battute, prima nella calma di una solenne dilatazione in valori larghi, poi nella stretta festosa e incisiva. Tale limpido furore contrappuntistico si placa solo nella fanfara gioiosa del congedo, come in un gesto teatrale definitivo, che racchiuda un appello all’eternità.
Così il “congedo” sinfonico il Nostro ci regala una composizione di tale portata e grandezza, che andrà ad ispirare i successivi compositori ponendo un vero e proprio spartiacque come accadrà successivamente a Beethoven con la Sua Nona.

