Il violino di Beethoven

Beethoven è stato e sarà uno dei più grandi protagonisti della storia della musica! In fondo però questo essere protagonista a Beethoven in vita venne certamente negato, come abbiamo già più volte notato ed affrontato da queste pagine. Ricordiamo in ordine sparso alcuni accadimenti: desiderava amare ed essere amato da una donna, “l’Amata Immortale” e invece non si sposerà mai, sublimando l’amore e forse idealizzandolo; desiderava avere un figlio ma non lo avrà, anche se questa volontà gli faràvivere una forma di paternità, diremmo al giorno d’oggi ossessiva, nei confronti del nipote Karl; voleva essere presente nella società in modo attivo, ma la sua sordità non glielo permetterà, venendo dipinto come misantropo.

Tutto questo però non lo ha mai affossato, anzi è stato protagonista in un tempo e con una modalità diversa da quella che lui avrebbe voluto. Pensate, come ancora oggi parliamo di lui, la sua musica è sempre richiesta ed eseguita in tutto il mondo, il suo “Inno alla gioia” è da più di otto lustri l’inno europeo (cfr. unendo forse negli ideali espressi ciò che la politica non è ancora riuscita a fare)!!!!!

Visse il reale, cioè la sua solitudine, la sua malattia, la sua musica, non smettendo mai di dar voce al desiderio del suo cuore, attendendo dalla realtà il compimento vero con lo sguardo rivolto sempre all’Altissimo!

Fatta questa doverosa premessa, che come avrete ormai anche ampiamente compreso rinforza nuovamente il mio “debole” per il grande Ludwig veniamo al nocciolo di questo pezzo ossia il  

Concerto in re maggiore per violino ed orchestra op.61

Movimenti

1. Allegro ma non troppo 

2. Larghetto (sol maggiore) 

3. Rondò: Allegro 

Organico: violino solista, flauto, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani, archi 

Composizione: 1806


Prima esecuzione: Vienna, Theater an der Wien, 23 Dicembre 1806


Edizione: Bureau des Arts et d’Industrie, Vienna 1808 

Dedica: Stephan von Breuning 

Beethoven compose il suo unico Concerto per violino e orchestra in poche settimane nell’autunno del 1806.

Sorprendenti sono anche la prudenza e la pazienza con cui il difficile genio trattò il primo interprete del Concerto, Franz Clement, uno stravagante virtuoso allora molto acclamato. Forse per ingraziarselo, ma anche con ironia, Beethoven gli consegnò il manoscritto con una strana dedica in un bizzarro miscuglio linguistico: «concerto par clemenza pour Clement primo violino e direttore del teatro di Vienna».

Accertatosi che nell’esibizione del 23 dicembre 1806 al Theater an der Wien (cfr. dove vi fu anche la prima esecuzione del Flauto Magico di W.A. Mozart) Clement avrebbe eseguito la sua musica, Beethoven, come ho già detto, la stese in fretta, con buona lena e con ricca felicità di idee, non risparmiandosi neppure sul lavoro di stesura. Il primo tempo, infatti, è insolitamente esteso e, nell’insieme, questo Concerto è uno dei suoi lavori solistici più lunghi. In occasione della prima esecuzione Beethoven dovette tollerare uno dei tanti arbitri di Clement, il quale decise di suonare i primi due tempi nella prima parte, continuare la serata con un’esibizione virtuosistica e presentare infine il terzo tempo del Concerto di Beethoven.

È certo che il disegno ritmico che sentiamo dai timpani subito all’inizio del primo movimento, e che costituisce l’elemento unificante di tutto l’Allegro, sia stato la cellula generativa della creazione in Beethoven. Tra i tanti tratti originali di questo Concerto c’è il fatto che la prima battuta (una sola battuta) con i quattro colpi di timpano serve da introduzione a tutto il primo movimento e serve insieme da segnale tematico. Questo segnale è tra i primi appunti sparsi del lavoro, fissato come idea a sé, indipendentemente da funzioni armoniche e costruttive, che in seguito saranno ben decise ed evidenti. Tutto il materiale tematico è presentato dall’orchestra nella consueta dinamica dei contrasti di carattere (patetico, drammatico, combattivo) e poi è ripreso ed elaborato dal violino. Particolarmente efficace è il languore con cui, nello sviluppo, il violino trasforma il terzo tema, il più noto e il più cantabile. 

Il secondo e il terzo movimento sono collegati direttamente tra di loro senza alcuna interruzione.

Il Larghetto, nella tonalità sol maggiore, è in forma di Romanza su un tema unico, concepito con grazia meditativa e con una strumentazione trasparente, sulla quale il solista disegna le sue decorazioni. 

Il Rondò è da considerare certamente l’invenzione più vitale e robusta di tutto il Concerto. Pare che il tema principale del Rondò, cioè il ritornello, sia stato suggerito a Beethoven da Clement. Anche se è così, il musicista l’ha fatto suo con un estro e un umorismo che raramente si incontrano nelle altre sue opere strumentali. Notevole soprattutto la dislocazione ritmica del disegno, che Beethoven sfrutta fino alle ultime conseguenze, provocando alla fine, nel fortissimo antecedente le ultime battute, una specie di vertigine. 

Le recensioni dell’epoca si mostrarono severe verso la composizione. Scriveva la «Zeitung für Theater» dell’8 gennaio 1807: «È opinione unanime fra gli intenditori che [il Concerto] non manchi di bellezze, ma che nell’insieme appaia del tutto frammentario e che le infinite ripetizioni di passaggi banali possano facilmente ingenerare monotonia». Al di là del parere di un singolo critico la partitura incontrò nei decenni seguenti una scarsissima fortuna presso pubblico ed esecutori.

La causa principale di questo misconoscimento potrebbe essere individuata principalmente nell’essere il Concerto una composizione poco alla moda.

Lo stesso Beethoven, per favorire l’incerta diffusione editoriale del Concerto, ne curò personalmente una versione pianistica, provvista di quattro eclatanti cadenze autentiche e improntata a uno stile brillante, virtuosistico e quasi chiassoso. La proposta di una “doppia versione” (violinistica e pianistica) della partitura era venuta nel 1807 dal compositore Muzio Clementi, che, nelle vesti di editore, aveva promosso la seconda edizione a stampa del Concerto, a Londra nel 1810 (ma non a caso anche la prima edizione, pubblicata a Vienna nell’agosto 1808 per i tipi del Bureau d’arts et d’industrie, aveva la stessa “doppia” destinazione).

A disseppellire il Concerto op. 61 sarebbe stato, tanto per cambiare, Felix Mendelssohn-Bartholdy, che lo diresse a Londra nel 1844; solista era il giovanissimo Joseph Joachim, che dieci anni dopo ne avrebbe dato un’altra memorabile interpretazione a Düsseldorf, insieme con un altro direttore d’eccezione, Robert Schumann. Dopodiché il Concerto di Beethoven prese stabile dimora fra i capolavori più celebri e amati dagli interpreti e dal pubblico. 

La versione per l’ascolto di questa composizione che vi posso consigliare è quella che vede protagonista la violinista Anne-Sophie Mutter accompagnata dal Maestro Herbert von Karajan alla guida dei mitici Berliner Philarmoniker. (©1980 Deutsche Grammophon 413 818-2)

Elogio Funebre di Franz Grillparzer:

Fu un artista, ma anche un uomo, uomo nel significato più pieno. Poiché si isolò dal mondo lo dissero ostile, e poichè rifuggiva il sentire comune lo dissero insensibile….. Se fuggì il mondo, fu perchè nel profondo del suo animo aperto all’amore non trovò alcun sostegno per resistergli. Se si sottrasse agli uomini, fu solo dopo aver loro dato tutto, senza aver ricevuto nulla in cambio…..Ma voci, che avete sin qui seguito questa cerimonia, dominate la Vostra mestizia! Non l’avete perduto, l’avete ritrovato. Solo quando la porta della vita si serra alle nostre spalle, quelle del tempio dell’immortalità si spalanca……!

…..da meditare gente da meditare!!!!!

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