Beethoven misurava non più di cinque piedi e quattro pollici viennesi (Circa un metro e sessanta).
Era robusto e tarchiato, di ossatura maschia e di muscolatura vigorosa. Aveva la testa più grossa della media e coperta di una selva di capelli ispidi quasi tutti grigi, che per lo più gli ricadevano in disordine sul collo.
La fronte era alta e spaziosa; il naso piuttosto grosso; gli occhi castani si rimpicciolivano nel viso, e quasi pareva dovessero scomparire.
Il sorriso conferiva a questo volto un’espressione di bontà e di amorevolezza infinite.
Era sempre decentemente vestito, sia per strada sia nei salotti dell’alta società, ma non dava troppo peso a come appariva, gli interessavano molto di più i sentimenti con i quali gli interlocutori si presentavano e si ponevano ai Suoi occhi e al Suo perentorio giudizio.
Il Suo distacco dal mondo esterno si manifestava talvolta con stranezze particolari come ad esempio questo aneddoto tramandato dai vari biografi: In estate durante le consuete passeggiate se sentiva troppo la calura, non esitava a liberarsi, quasi completamente degli abiti per portarli appesi ad un bastone sulle spalle.
Di origine fiamminga, il nonno paterno si era stabilito a Bonn nel 1732 proveniente da Malines, suo padre Johann era cantore presso la Cappella Palatina della corte del Principe Arcivescovo di Colonia.
Ludwig nacque il 16 dicembre 1770 al numero 515 della Bonngasse (attuale sede della Beethoven Haus) e fu battezzato, presso la Remigiuskirche con il nome di LUDOVICUS van Beethoven.
Ludwig studiò dapprima col padre, che tentò invano di ripercorrere quello che aveva fatto Leopold Mozart, e si esibì per la prima volta in pubblico come pianista il 26 marzo 1778 a Colonia, approfondendo successivamente gli studi musicali, in particolare di armonia, con Neefe, seguace e profondo conoscitore dello stile “sentimentale” introdotto da Carl Philipp Emanuel Bach.
Ben presto attivo al Teatro di corte, grazie anche alla predisposizione e alla passione musicale del Principe Elettore Arcivescovo Maximiliam Franz d’Asburgo, che introdusse idee nuove e metodi di governo “illuminati”; nel 1789 si iscrisse in filosofia all’Università di Bonn, dove ebbe, si tramanda senza troppi riscontri, come insegnante anche Kant.
Nel 1787, un viaggio a Vienna e un decisivo incontro con Wolfgang Amadeus Mozart (Disse dopo averlo sentito eseguire delle variazioni al pianoforte “Teniamo d’occhio questo giovanotto: egli un giorno farà parlare di sè il mondo”) ebbero un’influenza radicale sulla sua formazione musicale; ma incomincia intanto per lui un periodo di tristi condizioni famigliari.
Nello stesso anno muore, a causa della tubercolosi, la madre ed egli solo deve provvedere al mantenimento del padre alcoolizzato, impiegandosi come violista nell’orchestra di corte dopo un primo impiego, a 150 fiorini annui, come secondo organista.
Peraltro nell’ambiente di Bonn intreccia proficui contatti con mecenati ed artisti e per intervento di Franz Joseph Haydn, che diventerà uno dei suoi maestri, gli è concesso nel 1792 di recarsi nuovamente a Vienna dove rimarrà fino alla sua morte.
Grazie alla protezione del conte Waldstein5 (A cui dedicherà una delle Sue sonate per pianoforte solo e precisamente la n.21 op.53) conosciuto a Bonn, entra in contatto con i più noti nomi dell’aristocrazia viennese, tra cui i Lichnowsky, che metteranno a disposizione la loro numerosa e pregiata collezione di strumenti musicali, e i Lobkowitz.
Nel 1795 tiene il suo primo concerto pubblico, imponendosi immediatamente per la qualità delle sue interpretazioni (Secondo il compositore austriaco Ignaz Ritter von Seyfried: “La sua esecuzione aveva l’impeto di un fiume in piena; il prestigiatore costringeva lo strumento ad un’espressione così forte, che la struttura più solida poteva a stento resistere. Poi si incupiva sfinito, con un gemito flebile per poi dissolversi in melanconia. Poi di nuovo insorgeva lo spirito, superando le sofferenze terrene”).
Nel 1796 compie un giro di “accademie”, ossia di concerti pubblici a pagamento, in Germania e Boemia, che gli frutteranno fama, denaro ed editori per le sue future opere; ma con l’inizio dei disturbi all’udito, non causati dall’otosclerosi, ma da un’affezione al nervo acustico, forse causata dalle percosse ricevute in gioventù dal padre, che nel 1802 arriveranno a gettarlo sull’orlo del suicidio (ricordiamo il famoso “Testamento di Heiligenstadt”), tende a isolarsi sempre più dal mondo e dalle relazioni pubbliche; fulminante qui un epiteto, sembra riferito e detto da Luigi Cherubini, che lo definì “Un Orso”.
Con la morte del fratello Kaspar gli viene affidata, grazie anche all’intervento del cancelliere Bismark o del suo più stretto e fidato entourage, la tutela del nipote Karl, un giovane scapestrato, che sarà fonte di continue e gravissime preoccupazioni per lui, dovute anche all’indecifrabile e misterioso rapporto con la cognata Johanna, definita più volte come “La Regina della Notte”.
La Sua fama si allarga sempre più in tutta Europa grazie anche alla febbrile produzione dopo il 1800 e nel 1808 gli viene concessa, grazie soprattutto all’interessamento di alcuni nobili mecenati, una pensione d’invalidità annua.
La sordità aumenta e a cavallo fra il 1816 e il 1817 una grave bronchite mina la seppur forte fibra. Nel 1815 era comparso per l’ultima volta in pubblico come pianista; da allora si chiuse sempre più in se stesso evitando ogni contatto col mondo, se non attraverso i famosi quaderni di conversazione (“Posso soltanto trovare sostegno nel profondo del mio animo, nella parte più intima del mio essere al di fuori di me per me non c’è più nessuno. Soltanto ferite nei miei sentimenti e nelle mie amicizie”). Negli ultimi anni fu oppresso da qualche preoccupazione finanziaria, dovuta alla Sua sbadataggine nel tenere i conti delle entrate e delle uscite, anche se le Sue opere continuavano ad essere ricercate ed apprezzate contemporaneamente da più editori.
Alla fine del 1825, Beethoven, prese possesso in affitto della Sua ultima dimora terrena. Un appartamento, composto da otto stanze, al Glacis Alsergrund nr.200, al secondo piano della Schwarzspanierhaus (Casa degli Spagnoli Neri), così chiamata perché nella residenza, cui era annessa una chiesa, aveva vissuto una comunità di monaci spagnoli il cui abito era una lunga tunica nera. La casa guardava sul Glacis, l’ampia spianata verde al di fuori delle mura fortificate di Vienna, al di là delle quali si stendeva la città su cui spiccava la guglia gotica, chiamata famigliarmente dai viennesi “Steffl”, del Duomo di Santo Stefano.
Nel 1826 Karl tenta il suicidio, sparandosi alla testa con una pistola dello “zio-padrone”, che voleva far di lui un musicologo; nello stesso anno, dopo un soggiorno in campagna presso l’altro fratello Johann, Beethoven rientra il 2 dicembre 1826 a Vienna sotto l’infuriare di una tempesta di neve, a bordo di una carrozza scoperta, e cade ammalato di polmonite.
Trascurato il male, a causa della Sua cronica ed ostinata avversione ai medici, si aggrava e nell’inverno il musicista deve sottoporsi a una serie di continue ed infruttuose operazioni: ma l’idropisia congiunta con una grave infiammazione polmonare lo stronca dopo tre giorni passati in un’incoscienza quasi totale ricevendo il 23 marzo 1827 l’estrema unzione.
Il funerale venne celebrato presso la Minoritenkirche, nome completo “Italianiche Nationalkirche Maria Schnee” (Chiesa nazionale italiana Maria della neve dopo l’editto ad æternum nel 1784 dell’Imperatore Giuseppe II). La sepoltura14 avvenne alle tre del pomeriggio del 29 marzo 1827. Più di ventimila persone accompagnarono, sotto un fitto diluvio, la bara del “generale dei musicanti”. Così fu chiamato Beethoven da una vecchietta, che seguiva il feretro in risposta ad una domanda fattale da un giovane turista capitato a Vienna per caso.
All’ingresso del cimitero di Wahring, alla periferia di Vienna, l’attore Heinrich Anschutz recitò il discorso funebre scritto da Franz Grillparzer: “Le spine della vita lo ferirono profondamente, ma come un naufrago si aggrappa alla vita, Egli si gettò nelle tue braccia, sorella sublime della Bontà e della Verità, consolatrice del dolore, Arte che scendi dall’alto…. Fu un artista: e chi è degno di essere collocato accanto a Lui? Dal tubare della colomba fino allo scrosciare della tempesta, dall’impegno sottile dei sagaci artifici fino al tremendo limite in cui la cultura si perde nel caos delle forze tumultuose della natura, Egli è passato ovunque, Egli ha tutto sentito. Chi verrà dopo di Lui non continuerà, dovrà ricominciare, perchè questo precursore ha terminato l’opera sua dove finiscono i limiti dell’arte”.
…..continua il percorso sperando di aver dato un’immagine breve ed intensa dell’amico Ludwig
